Visualizzazione post con etichetta quando ero laggiù. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta quando ero laggiù. Mostra tutti i post

31 gennaio 2011

Addio a un amico

È stato una delle prime persone che ho conosciuto la prima volta che sono stata in Brasile, quasi 21 anni fa, nell'estate del 1990. Si chiamava Antonio Lopes dos Santos ma tutta la città di Matriz de Camaragibe lo conosceva come Totonho. Un ragazzone esuberante, simpatico, intelligente, che biascicava quattro parole di italiano e indossava con orgoglio la propria identità meticcia e il colore della pelle: "orgoglio negro" lo chiamava lui, ma in realtà era un mulatto scuro nelle cui vene scorreva anche una dose significativa di sangue indio. 
All'epoca era giovanissimo ma già molto impegnato nella comunità, il primo ricordo nitido che ho di lui è una lezione nel corso di alfabetizzazione di adulti di cui era insegnante e a cui mi aveva invitata ad assistere. Il mio primissimo contatto con il metodo Paulo Freire.
Ha lavorato con noi nel progetto di animazione sociale fra il 1992 e il 1995 e quando Sergio, il mio collega, è rientrato definitivamente in Italia nel 1996, lo ha sostituito anche formalmente, con un regolare contratto di lavoro alle dipendenze della parrocchia salesiana; insieme ad Ana, gestiva il Centro Giovanile "Don Bosco" di Matriz de Camaragibe. Lavorando lì, ha abitato per anni nell'appartamento che aveva ospitato me nei tre anni e mezzo di permanenza lì, ha usato i "miei" mobili, la mia cucina, la mia lavatrice e credo che la sua prima figlia, oggi adolescente, sia stata concepita lì. Qualche anno fa aveva lasciato il Centro Giovanile e ora lavorava come insegnante nella scuola pubblica.
Era un bravo educatore e, malgrado alcuni tratti del carattere un po' ambigui, era dotato di leadership naturale. Era stato anche candidato a consigliere comunale, ma in quel contesto riesce a vincere solo chi ha molti soldi per la campagna elettorale. Infatti non vinse.
Recentemente, pochissimi anni fa, si era iscritto all'università ed era riuscito a laurearsi (credo in pedagogia, ma non ne sono sicura), perché voleva migliorare la propria posizione lavorativa. Lo faceva per sé e per i figli.
La scorsa settimana ha avuto un tremendo attacco di appendicite, lo hanno portato al pronto soccorso nella capitale Maceió ma quando sono intervenuti era troppo tardi, la peritonite era avanzata. Ha passato un paio di giorni in coma ed è morto ieri a mezzogiorno. 
Non so se avesse già compiuto 40 anni o stesse per compierli. E ancora non mi capacito, non mi capacito della sua morte. Mi sembra impossibile pensare che la prossima volta che tornerò là non lo troverò. Ma soprattutto mi sembra assurdo che si possa morire così, per colpa di una sanità pubblica che non funziona. Se avesse avuto un'assicurazione sanitaria a pagamento, se se la fosse potuta permettere, se fosse riuscito ad avere accesso a una struttura sanitaria privatistica, sarebbe stato operato in tempo, prima che l'appendicite provocasse la peritonite fatale. 
Ecco il risultato di una sanità privata all'americana e di una sanità pubblica portata allo sfascio in decenni e decenni di "incentivo all'iniziativa privata" (realizzata in buona parte con denaro pubblico, sia detto con chiarezza). Ecco il risultato della presenza di mafie, mafiette e clientelismi del Nordest profondo, a cui Sicilia, Campania e Calabria fanno un baffo. C'è ancora molta strada da fare nel mio Brasile, nel nostro Brasile.
Oggi, nel giorno in cui il calendario ricorda San Giovanni Bosco, padre e maestro dei giovani, il mio amico Totonho - che era anche Cooperatore Salesiano - sarà seppellito nel cimitero di Matriz.
Buon viaggio, amico mio. Che Don Bosco ti accolga fra i tuoi amici, e che gli amici che restano possano aiutare Neta, vedova troppo giovane, e Larissa e Lucas, orfani prima del tempo. Come diceva il tuo santo preferito, "ci rivedremo in paradiso"...

21 dicembre 2010

C'è diploma e Diploma

Lo scorso 17 dicembre Dilma Roussef ha ricevuto il Diploma di Presidente della Repubblica nella tradizionale cerimonia denominata, per l'appunto, diplomação.
Il Diploma costituisce l'attestazione ufficiale della vittoria alle urne e viene stampato dalla zecca di stato (Casa da Moeda do Brasil) in triplice copia: una resta nelle mani del presidente eletto, una rimane agli atti del Superior Tribunal Eleitoral e la terza viene inoltrata agli archivi della Presidenza della Repubblica.
Ricordo ancora con immensa emozione la cerimonia di diplomação del Presidente Lula, 8 anni fa. Fu trasmessa in diretta dalla tv Globo e, siccome quel pomeriggio mi trovavo a casa, potei assistere dal vivo. Del discorso pronunciato dal presidente-operaio (lui sì, lo è stato veramente, non come certi personaggi nostrani che millantano esperienze mai fatte - ogni riferimento a fatti o persone realmente esistiti è da considerare assolutamente voluto) ricordo in particolare la frase di chiusura pronunciata con la voce rotta dalle lacrime, che mi colpì tantissimo e mi fa ancora rabbrividire quando ci penso. 
Se havia alguém no Brasil que duvidava que um torneiro mecânico, saído de uma fábrica, chegasse à Presidência, 2002 provou o contrário. E eu, que durante tantas vezes fui criticado por não ter um diploma de nível superior, recebo agora meu primeiro Diploma: o de Presidente da República do meu país. ("Se in Brasile qualcuno dubitava che un tornitore meccanico, uscito da una fabbrica, arrivasse alla Presidenza, il 2002 gli ha dimostrato il contrario. E io, che tante volte sono stato criticato perché non ho un diploma di laurea, ricevo ora il mio primo Diploma: quello di Presidente della Repubblica del mio paese").
Molto diverso il tenore del discorso di Dilma. "Ricevo questo Diploma con gioia ed umiltà e un'enorme slancio a impegnarmi con ogni sforzo per ricambiare la fiducia ricevuta nelle urne. Onorare le donne, prendermi cura dei più fragili e governare per tutti è ciò che mi muove e mi stimola al lavoro dei prossimi anni... Avrò cura della stabilità economica e degli investimenti così necessari alla crescita e all'occupazione... Difenderò sempre la libertà di manifestazione, quella di stampa e quella di culto... Riaffermo che nessuna strategia politica o economica è effettiva se non si riflette concretamente sulla vita di ciascun lavoratore e lavoratrice, di ciascun imprenditore, di ciascuna famiglia e di tutte le regioni di questo nostro immenso e generoso paese..."
E poi la chiusa: "In questo momento, in cui ricevo il Diploma più elevato della democrazia, voglio condividerlo con ogni brasiliano e soprattutto con ogni brasiliana e dico che, per il Brasile, conto su tutti e su tutte, ma che tutti e tutte possono contare su di me".
(traduzione fatta al volo mentre ascoltavo il discorso su Youube, portate pazienza se l'italiano è un po' zoppicante).
Ecco il video (23 min), per chi ha voglia di assistere a tutta la cerimonia.


(Di questi tempi, assistendo alla decadenza politica e culturale dell'Italia, persino una democrazia giovane come quella brasiliana è in grado di suscitare invidia, insieme alla profonda nostalgia per quello che il nostro paese è stato neanche tantissimi anni fa, per quello che il nostro paese potrebbe ancora tornare a essere...)

14 settembre 2010

Diciannove anni fa (elogio dell'Amicizia)

Era il 14 settembre 1991. All'aeroporto Marconi di Bologna c'era una discreta folla di amici, oltre ai miei genitori. Amici che chiacchieravano a voce alta, parlando della mia partenza. Qualcuno era arrivato da lontano (Roma, Cagliari...) per la festa d'addio della sera precedente.
Una leggenda metropolitana vuole che un passante, cogliendo al volo qualche mezza frase, avesse commentato: "Soccia, il Bologna deve aver comprato un brasiliano, questa gente è tutta qui per aspettare lui".
Invece ero io che partivo con valigiona, zaino, chitarra (il baule sarebbe arrivato dopo, spedito a parte) e soprattutto un'audiocassetta intitolata "Radio Globo" che i miei amici più cari avevano preparato per me. Conteneva le interviste fatte a un sacco di amici e conoscenti che rispondevano a tre domande: quando e come hai conosciuto la Sandra Biondo, quale pensi che sia la sua caratteristica principale, cosa le auguri per questa partenza. Le interviste erano inframezzate a brani musicali (da L'anno che verrà di Lucio Dalla a I'm on fire di Bruce Springsteen, passando per In fondo al mar del Granchio Sebastian) e soprattutto alle tre puntate dell'esilarante radionovela "Canne al vento - La vera storia di Sandrela"
Quella cassetta l'ascoltai mentre ero in transito all'aeroporto Charles De Gaulle di Parigi, alternando le risate alle lacrime. Credo sia stato uno dei più bei regali che io abbia mai ricevuto, non solo e non tanto per il contenuto, ma soprattutto perché coloro che ancora oggi chiamo "i miei Amici Storici" avevano dedicato tempo ed energie a questo progetto, senza che io ne avessi sentore nemmeno per un istante. Per settimane avevano pensato a me e liberato il loro tempo per me. Sapevano che la nostra storia, inziata con un'esperienza di volontariato in Irpinia nel 1981, proseguita con la prima esperienza in gruppo in Rwanda nel 1982 e cresciuta, maturata negli anni successivi con l'impegno attivo in Amici del Rwanda (l'ONG che in seguito avrebbe cambiato nome in Amici dei Popoli), trovava nella mia partenza uno dei suoi compimenti più significativi. Avevamo fantasticato, sognato insieme la partenza per un servizio di lungo termine in un paese in via di sviluppo. Ora questo sogno si realizzava: loro restavano, ma io partivo e lo facevo anche a nome di quel gruppo, di quella piccola comunità la cui amicizia era fondata non semplicemente su  pizza e birra, ma sulla scelta di scommettere la propria vita su determinati valori, il principale dei quali veniva definito "l'opzione preferenziale per i poveri".
Da allora è passata molta acqua sotto i ponti: è cambiata la nostra vita, è cambiato il linguaggio, è cambiato il mondo in cui viviamo; pensavamo che sarebbe cambiato in meglio, invece siamo ancora qui a fare i conti con le medesime iniquità globali di allora. Ma la nostra amicizia resiste, perché non era costruita sulla sabbia ma sulla roccia.
Per questo oggi, a 19 anni di distanza da quel giorno che ha rappresentato lo spartiacque della mia vita, desidero ricordare i nomi di alcuni di loro (non se ne risentano gli altri se non li citerò), quelli che parteciparono attivamente a Radio Globo: Lela, Mirko, Morena, Davide, Eleonora, Ivan, Roberta, Andrea, Fulvia. Tutte queste persone, e molte altre insieme a loro, fanno ancora parte della mia vita, malgrado quello spartiacque. Oggi ho voluto condividere questo ricordo con voi.

01 marzo 2010

Io sono straniera

Oggi, primo marzo, ho aderito alla giornata nazionale di "sciopero degli stranieri".

Sono stata anche io una lavoratrice in terra straniera, per più di 10 anni. Certo, gli italiani in Brasile sono genericamente ben visti. Ma non posso certo nascondere la vergogna e la rabbia che provavo quando mi capitava di incontrare, soprattutto sulla spiaggia di Boa Viagem, drappelli di miei connazionali che appartenevano palesemente a una delle categorie più tristi del maschio italiano di mezza età: i turisti sessuali. Ecco una delle reputazioni che gli italiani sono riusciti a farsi in Terra Brasilis.
Ma non è l'unico elemento caratteristico dell'italianità, almeno di quella percepita dai nostri amici brasiliani. Siamo famosi anche per i nostri principali prodotti di esportazione, per esempio la mafia, le mafie. E poi per il ventennio di dittatura fascista di Mussolini, che spesso i telegiornali locali rammentano a proposito del signor Berlusconi. E per la corruzione politica, nella quale siamo stati i loro maestri (e i nostri allievi brasiliani sono bravi, bravissimi in quest'arte: non mi sorprenderei se in breve tempo ci superassero).
Infine, siamo famosi per la pizza. Ovvio, direte voi, è il piatto italiano più apprezzato nel mondo. Eppure, dovete sapere che la pizza in Brasile non è solo un piatto a base di pasta di pane, pomodoro, mozzarella e origano. È anche un simbolo.
Avete presente il modo di dire italiano "finire a tarallucci e vino"? Ebbene, in Brasile si dice "acabar em pizza"...

Non è facile essere stranieri e scrollarsi di dosso i pregiudizi che gli altri hanno su di noi, sul nostro popolo, sulla nostra lingua, sui nostri usi e costumi, sulla nostra politica.
Oggi mi sento particolarmente vicina e solidale con i fratelli e le sorelle che ho incontrato in Piazza del Nettuno: Pakistan, Senegal, Marocco, Ucraina, India, Nigeria, Congo, Colombia, Brasile, Moldavia e chissà quanti altri paesi erano rappresentati in quella piazza. Tutti accomunati da un unico desiderio, quello di rivendicare il loro sentirsi in parte italiani. Li capivo, li capisco. Anch'io dico sempre di essere metà italiana e metà brasiliana: perché io sì e loro no?

Siamo tutti stranieri, da qualche parte.

23 febbraio 2010

Storie del mio Brasile su "Donne Pensanti"

"Dall'altra parte del mare" è il post che è stato pubblicato oggi sul blog di Donne Pensanti gestito dall'amica Silvia Cavalieri.
L'ho scritto un po' in fretta qualche settimana fa, e nel testo parlo di tre donne di Matriz de Camaragibe: Célia, Luiza e Ana (nella foto qui a sinistra).
Qualche informazione su Matriz la potete trovare anche su questo blog, è la piccola città in cui ho trascorso tre anni e mezzo all'inizio della mia esperienza in Brasile, quasi 20 anni fa, un luogo che scherzosamente mi ritrovo spesso a soprannominare "il buco del c... del Brasile". Non per disprezzo, ma perché a volte sembra davvero un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini.
Oltre a essere donne pensanti, due di loro (Célia e Ana) sono anche carissime amiche, compagne di strada. 
Célia e io ci chiamiamo scherzosamente "comadre" (comare), perché sono stata madrina di cresima di Jane, la sua terzogenita. (nella foto qui a destra, insieme al marito João).
Ana invece è la mia sorella brasiliana di adozione, nel senso più completo che si può attribuire a questa parola. Non è un caso se i suoi nipoti, anche quelli nati dopo il mio rientro in Italia, mi conoscono come "Tia Sandra", Zia Sandra (malgrado le perplessità espresse una volta da una di loro, Gislaine, che andò a domandarle: "Ma la zia Sandra, è zia nostra in che modo?"...)
Vi lascio alla lettura di Donne Pensanti, se ne avete voglia.

28 gennaio 2010

Nipoti del cuore


Questo è il tema che Isaac, 10 anni, ha scritto per me un paio di settimane fa mentre ero ospite a casa sua, a Recife.

A minha amiga Sandra é italiana mas fala bem o português, se bem que "engancha" em algumas palavras. Ela é muito amiga do meu pai, acho que é porque ela é legal, divertida e alegre.
Sandra é brincalhona e eu gosto muito dela. Dessa vez, quando ela veio aqui, me trouxe um boné da Itália, da Ferrari original, igualzinho ao de Felipe Massa.
Acho que Sandra entende muito sobre computação e até ajudou o meu pai a instalar a impressora e criou uma conta so skype para o meu Pai (é um programa de telefonia pela internet)..
Bom, Sandra está passando alguns dias aqui e eu não sei quando ela vai, mas espero que demore bem muito para a gente se divertir ainda mais.
Isaac de A. C., 13 de janeiro de 2010


"La mia amica Sandra è italiana ma parla bene il portoghese, malgrado si "inceppi" in qualche parola. È molto amica di mio padre, penso che sia perché è in gamba, divertente e allegra.
Sandra è giocherellona e mi piace molto. Questa volta, quando è arrivata qui, mi ha portato dall'Italia un cappellino originale della Ferrari, uguale a quello di Felipe Massa.
Penso che Sandra se ne intenda di computer, ha persino aiutato mio padre a installare la stampante e ha creato un account su skype per lui (è un programma di telefonia via internet).
Bene, Sandra sta passando qui qualche giorno e non so quando se ne va, ma spero che si fermi molto per poterci divertire ancora di più."

Non no nipoti di sangue, ma ho parecchi "nipoti del cuore". Qualche giorno fa ne ho persa una, italiana e carissima. Parlare di Isaac è un modo indiretto per ricordare anche Lucia che non c'è più...


14 settembre 2009

18 anni e non sentirli

Ogni anno in questi giorni ricordo il mio trasferimento in Brasile (vedi post di un anno fa).
Questa mattina ho messo uno "status" su facebook per commemorare il 18° anniversario del mio viaggio di andata e ho ricevuto alcuni commenti, fra cui quello dell'amico Benedetto Z. che osserva: "Io ancora non capisco come tu faccia a rimanere qui! Proprio non lo capisco!".
Condivido anche con i lettori del blog la risposta che gli ho dato:

@Ben, a un certo punto della vita bisogna decidere dove si vuole invecchiare. Io ho scelto di tornare dalla mia gente (famiglia, ma non solo) e non mi sono pentita. È come una lunga relazione amorosa che si trasforma in una grande, eterna amicizia: non c'è più spazio per la convivenza, ma una certa forma di amore rimane per sempre.

A volte mi capita di incontrare dei brasiliani che vivono in Italia e parlano malissimo del nostro paese, esaltando il loro come se fosse il paradiso in terra. Allo stesso modo, mi è capitato di incontrare italiani residenti in Brasile (o rientrati dopo un lungo periodo trascorso laggiù) che dicono peste e corna del loro paese d'adozione e dei suoi abitanti. Infine, ci sono tutti quelli che, diametralmente all'opposto di queste prime due categorie di persone, disprezzano il proprio paese ed esaltano la nazione straniera che li ospita.

Io ci ho messo qualche anno a raggiungere un equilibrio. Il paradiso in terra non esiste, così come non esiste un "popolo" migliore di un altro. Ci sono luoghi diversi e persone diverse, con le loro qualità e i loro difetti. Non è il caso di fare classifiche di merito, a chi mi parla della bellezza delle spiagge brasiliane risponderò con il patrimonio artistico italiano; a chi mi parla della scuola pubblica gratuita italiana (ancora di eccellente livello, malgrado lo scempio della Gelmini e di alcuni suoi predecessori) risponderò con la vivacità delle metodologie educative brasiliane; e così via fino a esaurimento degli argomenti, opponendo a ogni esaltazione o critica di un paese la presenza di qualcosa di equivalente nell'altro.

Amo l'Italia e amo anche il Brasile, ne conosco pregi e difetti e cerco di superare le visioni troppo superficiali e gli stereotipi che affliggono entrambi i paesi. Mi permetto solo di aggiungere che una valutazione più equilibrata si può fare solo vivendoci. Una cosa è andarci in ferie o passarci 6 mesi, un anno. Altro è viverci in pianta stabile.

No, non esiste il paradiso in terra.
Semplicemente, ciascuno fa la propria scelta in base a priorità che non possono essere misurate a partire da criteri oggettivi. L'importante è scegliere con consapevolezza e saper affrontare i pro e i contro che si presentano sempre.
Per quanto mi riguarda, mai pentita di essermi trasferita là, mai pentita di essere rientrata...

29 giugno 2009

Notizie di 10 anni fa

Ripesco dalle mie "circolari" di quando ero in Brasile la lettera spedita esattamente 10 anni fa, contenente le ultime notizie di quei giorni. Come al solito, nessun editing: copincollo il testo così come sta. Con la consapevolezza che alcune cose - per esempio, il triste stato delle carceri brasiliane - in questi due lustri sono cambiate ben poco.
Buona lettura

ULTIME DAL BRASILE – 28/06/99

TORTURE E POLIZIA
Amnesty International ha pubblicato in questi giorni una relazione sullo stato delle carceri brasiliane; la pratica della tortura è ancora tragicamente presente e considerata “normale” in carcere e nei commissariati di polizia. Le torture più comuni sono l’affogamento (il torturato è collocato con la testa in un barile d’acqua), la scossa elettrica, il “pau di arara” (il torturato è appeso ad un palo sospeso per le mani e per i piedi), il “telefono” (percosse sulle orecchie con le mani a coppa, provocando sanguinamento e rottura dei timpani), percosse in genere. Una donna condannata per omicidio ha raccontato di essere stata costretta a firmare la confessione in seguito a percosse con una mazza da baseball recante la scritta “diritti umani”. Due anni fa un adoclescente di Recife, catturato per traffico di droga, è stato fatto sedere dentro ad un barile di acido, riportando gravi ustioni a glutei, cosce e genitali.
Mentre Amnesty denunciava, il presidente Fernando Henrique Cardoso nominava il nuovo direttore della Polizia Federale, João Batista Campelo; immediatamente lo scandalo: Campelo era torturatore durante la dittatura militare. Le testimonianze schiaccianti, fra cui quella di José Antonio Magalhães Monteiro, ex prete cattolico torturato da Campelo nel 1970 in un commissariato di S. Luís (Maranhão), non hanno impedito che l’uomo continuasse a dichiararsi innocente o “vittima” come S. Giovanni Battista (João Batista, appunto), e reclamasse il diritto di permanere in carica in virtù del fatto che era stato nominato dal presidente in persona. Naturalmente è stato sostituito dopo soli 3 giorni, compromettendo ancor di più l’immagine pubblica del presidente, la cui popolarità sta rapidamente scendendo a causa della situazione economica e sociale del paese.

OMICIDI DI MINORI
Sono usciti i dati sugli omicidi di minori nella Regione Metropolitana di Recife nel 1998: 319, quasi uno al giorno. Il 20% avevano fra gli 11 e i 15 anni, il 31% 16, il 44% 17 anni, e il 5% erano minori di 10 anni (questi ultimi sono vittime principalmente dei genitori).
La maggior parte erano piccoli delinquenti, “marginali” come si dice qui, uccisi da poliziotti in divisa o senza divisa (gli “squadroni della morte”); siamo ancora molto lontani dalla coscienza politica e sociale che, per risolvere il problema della marginalità, è necessario agire soprattutto sulle cause, con interventi correttivi e di prevenzione che abbiano come obiettivo il recupero di questi giovani cittadini. È molto più semplice fare propri commenti come quello (anonimo) apparso in un quotidiano di Rio de Janeiro alla fine di luglio del 93, alcuni giorni dopo la strage di Candelaria nella quale furono uccisi mentre dormivano 5 bambini di strada: “Risolvi il problema dei bambini di strada: ammazzane uno”. A proposito, lunedì 14 giugno scorso João Fernando Caldeira da Silva, detto “Bilinha”, di 17 anni, è stato ucciso con un colpo di pistola al petto d un incrocio, a soli 300 metri dalla chiesa della Candelaria. Sei anni fa, il 23 luglio 93, con soli 11 anni di età, Bilinha era stato uno dei pochi sopravvissuti alla strage.
Citiamo e facciamo nostro il commento di un educadore della Fondazione S. Martino, una ONG che lavora coi meninos de rua: “All’epoca della strage, uccidevano all’ingrosso. Attualmente li uccidono al dettaglio”.

INFLAZIONE
È innegabile che il “Plano Real” varato 5 anni fa ha avuto un effetto positivo sull’economia brasiliana, la discesa dell’inflazione. Se però si analizzano i vari indicatori economici del paese, si può constatare che questo vantaggio, che dovebbe favorire proncipalmente gli starti più poveri della popolazione, in realtà li sta danneggiando. La relativa stabilità della moneta e il basso indice di inflazione sono sostenuti economicamente dalla classe lavoratrice, che ha visto i posti di lavoro diminuire drasticamente, facendo tornare la disoccupazione ai valori di 30 anni fa.
E sono i nuovi impoveriti, specialmente nelle grandi città, che contribuiscono ad ingrossare le file dei “marginali”, dei detenuti in carceri invivibili, dei meninos e meninas de rua.

CONTRO-ESODO
Mai come in quest’ultimo semestre gli emigranti sono tornati a casa; dalla principale stazione di pulmann di S. Paulo, il Terminal Tietê, partono in media 3000 persone al giorno, con destinazione Nordest. Sono persone schiacciate dall’alto costo della vita, dalla disoccupazione (solo il 20% dei migranti trova un lavoro a S. Paulo), dalle difficoltà e dalla violenza della vita metropolitana; emigrare non è più un trampolino di lancio verso l’alto, ma una spinta verso il basso, visto che le condizioni di vita peggiorano. Così, dicono le testimonianze raccolte da un giornalista televisivo alla stazione degli autobus, “è meglio tornare a casa, dove si può aver fame con più dignità”.

TRADIZIONI NORDESTINE: S. JOÃO
Si stanno concludendo in questi giorni i festeggiamenti di San Giovanni che, con Sant’Antonio e San Pietro, rappresentano il cuore di una delle più significative tradizioni culturali nordestine, le “festas juninas”.
I festeggiamenti, presenti in tutto il Nordest anche se con alcune differenze fra uno stato e l’altro, trovano la loro espressione più autenticamente popolare in due città dell’interno degli stati di Pernambuco e Paraíba: Caruaru e Campina Grande. Le feste sono caratterizzate da due elementi fondamentali: il cibo a base di mais (milho verde) e il “forró”, danza tipica di questo periodo ma che un vero nordestino balla durante tutto l’anno.
Le città, i negozi, le strade sono addobbati con bandierine colorate, e soprattutto nelle piccole città dell’interno sono costruite capanne coperte di foglie, sotto le quali si danza la Quadriglia, di origine francese. Ma non si pensi alla quadriglia delle dame del 600: le coppie sono vestite alla campagnola, vestitoni a balze e fiori per le donne, camicie a scacchi e fazzoletto al collo per gli uomini, e poi vere e proprie coreografie con tutti i personaggi della tradizione contadina (gli sposi campagnoli, il prete ubriacone, la zingara, il brigante), il tutto rigorosamente a ritmo di forró, accompaganato da fisarmoniche e triangoli.
A differenza del Carnevale, che sta diventando sempre più un affare commerciale al servizio del turista straniero, le “festas juninas” sono una realtà autenticamente popolare e nordestina a cui noi stranieri possiamo partecipare con allegria ma che, dobbiamo riconoscerlo, appartiene a loro. L’unica cosa che dobbiamo augurarci è che questa tradizione non si appiattisca anch’essa piegandosi ai dettami del mercato e che i nordestini resistano e non lascino “colonizzare” da interessi esterni un elemento così prezioso della loro identità culturale.

30 maggio 2009

Quando un blog ti porta a un talk show

Lunedì prossimo 1° di giugno, a mezzogiorno circa, parteciperò al talk show "Formato Famiglia" su Sat2000.
Uno degli autori della trasmissione, che quel giorno tratterà le malattie infettive, mi ha trovata grazie al blog: una ricerca su Google ed è saltato fuori il mio post del 18 aprile 2008.
"La disturbo perché nel nostro programma, un talk-show, che va in onda tutti i giorni, per il 1° giugno stiamo organizzando una puntata sulle malattie infettive tropicali.
Mi sono imbattuto nel Suo blog e mi ha colpito moltissimo il fatto che lei abbia contratto il (o la, mi scuso dell'ignoranza) dengue per ben tre volte.
Forse non mi rendo conto di quanto Lei abbia potuto soffrire, ma nel caso in cui avesse voglia, lunedì 1° giugno sarebbe disposta a venire a parlarne qui a nei nostri studi di Roma?"
Così, lunedì mattina prendo un treno e vado a Roma per la diretta.
Presenzialismo? Vanità? Faccia di bronzo? Voglia di fare un giretto a Roma? Bisogno di apparire vista la carenza di traduzioni negli ultimi mesi? Voglia di trasmettere la mia esperienza? Un mix di tutte queste cose, penso. Sono fatta così.
In ogni caso, se non avete altri impegni, potrete vedermi sul digitale terrestre, su Sky o su Alice Home TV, canale 801.
Formato Famiglia, Sat2000

10 maggio 2009

Piove, governo ladro (agosto 2000)


Non so se state seguendo le notizie che provengono da alcune regioni del Brasile e in particolare dallo Stato del Maranhão, dove le alluvioni stanno rendendo difficile la vita a moltissima gente.
Non è che le alluvioni nel Nordest siano poi tutta questa novità, anzi sono un problema ricorrente e a farne le spese più alte è sempre la povera gente.
L'ultima alluvione di cui sono stata testimone risale ai primi di agosto del 2000. In quell'occasione scrissi una delle mie famose "circolari" a cui diedi lo stesso titolo di questo post. La copincollo senza correggere né refusi né virgole, tale e quale a come la spedii allora. Non è che le cose siano poi cambiate così tanto, da allora ad oggi...


7/08/2000

Carissimi tutti,
la settimana scorsa, come forse avrete visto anche al telegiornale italiano, si è scatenato sul nordest del Brasile un violentissimo nubifragio. Le città più colpite sono state Recife, dove abito io, e Maceió, capitale dello stato di Alagoas, ma le piccole città dell'interno dei due stati hanno anch'esse sofferto danni incacolabili.
In città, la situazione più grave è quella delle favelas costruite sopra o sotto costoni di terra, che si sono trasformati in fango scivoloso facendo crollare numerose baracche (quelle costruite "sopra") e seppellendone altre (quelle costruite "sotto"). Il bilancio dei morti non è ancora stato confermato ufficialmente, ma si dice che siano circa 70 solo nello stato di Pernambuco (Recife), e altrettanti in Alagoas, mentre sarebbero circa 120.000 le famiglie rimaste senza tetto.
Se non l'avessi visto coi miei occhi non avrei creduto che una grande città potesse ridursi in questo stato, io sono fortunata perché abito in un posto abbastanza alto e anche nei due giorni in cui non ho potuto uscire di casa la mia vita è stata quasi normale, la strada per la panetteria era accessibile, e anche quella per il videonoleggio.... ma in alcune avenidas era impossibile transitare in automobile, perché le macchine si ritrovavano semplicemente a fluttuare nell'acqua... a malapena riuscivano a transitare gli autobus, ma il problema era salirci sopra senza ritrovarsi giù dal marciapiede con l'acqua fino a metà coscia.

Nell'interno, la situazione è stata anche peggiore. A Matriz de Camaragibe, dove ho abitato dal 91 al 95, solo la piazza della chiesa emergeva dall'acqua. Moltissime persone, che non sono riuscite a raggiungere la piazza, hanno passato la notte fra martedì e mercoledì arrampicate sui pali della luce o sedute sui tetti: acqua sopra e acqua sotto, un inferno d'acqua.
Ora l'alluvione è rientrata ma la città sembra un villaggio fantasma dopo un bombardamento, molte famiglie hanno perso tutto, il frigorifero, letti, materassi, armadio... una mia amica non è riuscita a salvare neanche le mutandine dei bambini.
Ora, se la situazione non peggiorerà di nuovo, bisognerà calcolare i danni. Il governo federale ha già stanziato aluni miliardi per i comuni colpiti dalla tragedia, e qui sta il problema. Quest'anno ci saranno le elezioni municipali, e per la prima volta i sindaci in carica si potranno ricandidare per essere rieletti. A Matriz, ad esempio, nonostante il governatore dello Stato sia di opposizione, deve necessariamente trasferire i fondi al muncipio, e cosa fa il sindaco? Favorisce quelli che sono dalla sua parte, usando i soldi dell'emergenza per rafforzare la sua campagna elettorale. I "suoi" poveri gli saranno immensamente grati per l'aiuto alimentare, la ricostruzione della casa, l'acquisto del materasso, ma i poveri "d'opposizione"....
Una famiglia non ha ricevuto la cesta d'emergenza con la seguente motivazione: "voi avete la faccia da 40" (40 - "quarenta" - è il numero del candidato del PSB, il partito d'opposizione, ma quarenta è anche il nome di una specie di polenta, cibo per miserabili, grottesco gioco di parole sulla pelle di chi non mangiava da tre giorni). Sempre lo stesso sindaco (ovviamente non lui in persona, ma i suoi scagnozzi) riunisce la gente sotto il palazzo municipale e fa il "lancio" delle gallette, scatenando la furia di chi ha fame, e lasciando i più deboli senza niente.

"Piove, governo ladro"..... ora lo capisco molto bene...

11 ottobre 2008

I rapporti con la mia famiglia - Quando ero laggiù (3)


Ancora sull'onda della commozione per la scomparsa di mio padre avvenuta il 3 ottobre scorso, vorrei uscire un po' dallo specifico dell'esperienza in Brasile e parlarvi di come, in quel periodo, ho mantenuto i rapporti con la mia famiglia.
È una domanda che mi sento fare spesso: "ma i tuoi genitori come hanno reagito alla tua decisione di partire?". Ricordo ancora il sabato pomeriggio in cui diedi l'annuncio che sarei partita. Era dicembre 1990, subito dopo pranzo. Mia madre si mise a piangere e disse che le avevo appena dato "una mattonata in testa"; mio padre invece si congratulò... ma andò in salotto a prendere un goccio di qualcosa di forte!
Presi la decisione che, una volta partita, avremmo dovuto creare delle routine di comunicazione, per evitare il rischio di telefonate a ogni ora del giorno e della notte (nel primo anno e mezzo non avevo nemmeno il telefono e mi servivo di quello della casa parrocchiale). Così, ci sentivamo un lunedì sì e uno no, alle sei o alle sette di sera ora del Brasile (le 23 italiane, a seconda della presenza o meno dell'ora legale); poi ci scrivevamo tante lettere, molte delle quali sono ora raccolte in una capiente cartellina (e magari ve ne copierò qualche brano, un giorno di questi). A un certo punto anche io mi sono data una disciplina: scrivere ogni 15 giorni, a prescindere dall'aver ricevuto o meno una lettera da loro.
Negli anni seguenti, con l'avvento delle schede telefoniche estere e quindi il crollo dei prezzi delle chiamate intercontinentali, sono aumentate le telefonate e diminuite le lettere. Internet ha fatto il resto.
I miei genitori non mi sono mai venuti a trovare mentre ero in Brasile; lo avrei desiderato tanto ma mio padre, che nel 1987 aveva avuto un infarto, era terrorizzato all'idea che gli potesse succedere qualcosa mentre era laggiù. Mia madre non ha mai voluto venire da sola, malgrado i miei reiterati inviti.
Mio fratello viveva fuori di casa già da parecchio tempo quando sono partita e non è mai stato particolarmente coinvolto, a parte compleanni e feste comandate.
Tutto sommato, comunque, credo che siano stati tutti abbastanza orgogliosi di quello che ero andata a fare. Per me la cosa più difficile è stata affrontare i momenti in cui ero lontana e i miei genitori stavano male (non era sempre possibile mollare tutto e volare qui), in particolare nel periodo a cavallo fra il 2000 e il 2001 in cui mio padre è passato per una serie di problemi anche serissimi (cito, fra gli altri, l'asportazione di un rene e un secondo, drammatico infarto).
L'avanzare dell'età e la precarietà delle loro condizioni è stata una delle concause che mi hanno fatto decidere il rientro nel 2003.
Ma di questo parlerò un'altra volta...


14 settembre 2008

17 anni fa - Quando ero laggiù (2)

17 anni. Come passano in fretta 17 anni.

Il 14 settembre del 1991 alle dieci e qualcosa del mattino salivo su un aereo Air France che da Bologna mi avrebbe portata a Parigi; dopo alcune ore nella Ville Lumière, un altro velivolo mi avrebbe portata a Recife.
La sera prima, il 13, avevamo fatto una grande festa con un sacco di amici arrivati un po' da tutta Italia. Molti di loro li ho persi di vista. Mi piace ricordare Marcella venuta apposta da Cagliari, Massimiliano arrivato da Roma, don Gianmario che si presentò da Verona alle 10 di sera con un regalo particolare (una cintura portasoldi, utilissima per trasportare banconote in sicurezza durante i viaggi aerei). In tutto eravamo circa 300, l'amico don Nando aveva celebrato una bellissima messa e poi ci eravamo riuniti tutti nel salone della palestra per mangiare insieme quello che ciascuno aveva portato da condividere (avanzarono ben più delle 7 ceste di evangelica memoria, tanto che i ragazzi del gruppo catechisti si portarono le vettovaglie al ritiro che fecero nel w-end e ci mangiarono due giorni...).
Dopo aver frequentato per 10 anni un'ONG di cooperazione internazionale, gli Amici del Rwanda (ora si chiamano, ci chiamiamo, Amici dei Popoli), dopo essere stata per 4 volte in Rwanda in gruppo, dopo un'esperienza nel nordest brasiliano capitata quasi per caso, era arrivato il momento del gran passo: sarei stata inserita in un progetto di sviluppo promosso da un'altra ONG, il VIS di Roma, e sarei rimasta in Brasile per due anni, con opzione sul terzo. Avevo 28 anni. Lasciavo un lavoro sicuro, un solido gruppo di amici, i miei genitori, un'Italia che ancora sapeva guardare con un po' di speranza al futuro e non era ancora stata travolta dall'onda di tangentopoli e delle sue conseguenze politiche e sociali (Andreotti era Presidente del Consiglio, Berlusconi di Mediaset e del Milan...). Ma non riuscivo a vedere quello che lasciavo. Ero proiettata solo su ciò che mi aspettava.
La mia destinazione era Matriz de Camaragibe, una cittadina incastonata nel mezzo delle piantagioni di canna da zucchero nell'interno dello stato di Alagoas, uno dei più poveri del paese.
"Che coraggio, andare via da sola in quel modo". Ebbene, nessun coraggio perché non avevo paura. Anzi, ero eccitatissima all'idea di dedicare alcuni anni a quell'esperienza. Gli amici con cui ero stata tante volte in Rwanda e con cui avevo condiviso il tempo libero ma anche la crescita, le scelte di vita, gli impegni di volontariato, loro restavano in Italia con le loro famigliole di recentissima formazione. Io "partivo" anche a nome loro.

Atterrai a Recife alle tre del mattino del 15 settembre e trovai ad attendermi don Diego Vanzetta, uno dei tre salesiani della comunità di Matriz de Camaragibe. Pensavo che a quell'ora della notte ci saremmo fermati a dormire presso l'Ispettoria salesiana. di Recife. Mi sbagliavo. Partimmo subito per Matriz e alle quattro e qualcosa del mattino, in una strada deserta in mezzo ai canaviais, forammo una gomma e dovemmo fermarci per sostituirla. Solo in seguito potei rendermi conto di quanto fosse stato pericoloso e forse anche un po' incosciente affrontare tre ore abbondanti di viaggio nel cuore della notte, per quelle strade dissestate e a rischio di assalto. Ma sono qui a raccontarlo, e tanto basta.
Era cominciata l'avventura.

05 settembre 2008

Goiania, 1997 (Quando ero laggiù, cap. 1)


Avevo promesso di raccontare un po' della mia storia "a puntate", ma sono giorni movimentati e mi mancano le condizioni di tempo e concentrazione per lanciarmi nella stesura di un racconto.
Per non venir meno all'impegno preso, faccio un salto nel tempo e vado a pescare fra le mie famigerate "circolari" dell'era di internet un testo a cui sono particolarmente affezionata e che a suo tempo fu pubblicato sulla rivista dell'AIFO (Amici di Raoul Follereau ONG) con il titolo "Via i poveri dalla città". Non ho realizzato nessun intervento di editing e ve lo ripropongo così come fu scritto allora, copincollato dal file originale.
È il ritratto di come si possa realizzare un vero e proprio apartheid sociale basato sul "potere acquisitivo" anziché sul colore della pelle.



Goiânia, 04/09/97
(...) Un'esperienza che mi ha molto segnata in queste ultime settimane è stata la visita alle periferie di Goiânia. Una premessa: al mio arrivo in aprile ero rimasta colpita dall'apparente ricchezza della città. Girando per le strade di giorno e di sera si ha un'impressione di vitalità e tranquillità, è rarissimo incontrare un mendicante fermo al semaforo (al massimo qualche invalido con le stampelle) ed anche i bambini di strada sono pochi rispetto ad altre capitali brasiliane. Delle favelas, poi, neanche l'ombra.
La domanda nasceva spontanea: ma dove sono i poveri?
La conoscenza con alcuni missionari italiani che svolgono il loro servizio nelle periferie mi aveva fatto sospettare che i poveri fossero nascosti da qualche parte, ma solo in queste settimane ho potuto verificare di persona quanto la situazione sia grave anche in questa città apparentemente così "middle class".
Rapidamente, la cronistoria delle periferie di Goiânia come sono attualmente. A metà degli anni 80, ovvero in coincidenza con l'inizio della ridemocratizzazione del Brasile dopo il lungo periodo di dittatura militare, l'allora governatore dello stato di Goiás Iris Rezende (Ministro della Giustizia nell'attuale governo di Fernando Henrique Cardoso) decise di "ripulire" Goiânia da tutte le favelas e tentare di prevenire le invasioni che i numerosi immigrati senza casa realizzavano già dagli anni 70 in alcune aree periferiche della città. A questo scopo il governo dello stato rilevò una vasta area in una collina a circa 13 Km dal centro, che fu suddivisa in lotti e ceduta gratuitamente alle famiglie povere senza casa (progetto "Vila Mutirão"); il terreno fu recintato con filo spinato e le famiglie si ritrovarono ad abitare nelle precarie baracche tipiche delle favelas, nell'attesa di costruire o di ricevere dal governo una casetta in muratura (in quest'ultimo caso, col tetto in eternit che ha il pregio di trasformare le abitazioni in fornetti durante la stagione secca, in rumorosi capannoni durante le insistenti piogge estive). Insomma, un vero e proprio "campo di concentramento" nel quale si entrava solo se forniti di credenziali. A questo fatto succedettero varie invasioni di altri disperati, al punto che nel 1988 un secondo progetto, chiamato "Curitiba" dal nome di una delle capitali più sviluppate del Brasile (!!!) fu realizzato, seguito negli anni 92-93 dal "Bairro da Vitória" (quartiere della "Vittoria"...). In 13 anni, un mega-quartiere con 100.000 abitanti è sorto al lato delle periferie già esistenti, dando vita ad un'immensa sottocittà abitata da 250.000 persone, cioè un quarto della popolazione di Goiânia, tutte povere o misere, salvo i trafficanti e i piccoli e grandi delinquenti.
È in atto qui come altrove una vera e propria forma di apartheid sociale istituzionalizzato; la città è "pulita", i poveri non si vedono e molti, troppi goianiensi ignorano l'esistenza di quest'altra Goiânia attraversata (ma solo per pochi chilometri) da un'unica strada asfaltata chiamata pomposamente "l'avenida".
Contemporaneamente, il municipio continua a riasfaltare le strade del centro e dei quartieri "nobili" della città (che per inciso non sono chiamati "bairros", termine decisamente popolare, ma "settori"), perché qualche buco potrebbe pregiudicare i semiassi delle auto importate dei figli di papà (e dei papà) che qui abitano.
Il principio è semplice: se sei un cittadino dotato di "alto potere acquisitivo" ti puoi permettere ed hai diritto ad abitare in un settore, magari in un bel condominio di 15 piani con sistema di sicurezza (e ascensore doppio, affinché la domestica usi quello di servizio e non contamini quello "sociale").
Se sei dotato di "basso potere acquisitivo" forse non sei neanche un cittadino, e ti devi contentare di abitare in un luogo che ti è "concesso" da un politico "buono e generoso", vero salvatore della patria e sensibile ai problemi sociali (sempre che tu gli possa garantire il voto tuo e di tutti i membri della tua famiglia), e sempre quello stesso politico o qualcuno del suo giro ti concederà alla fine del mese la tua bella "cesta basica", ovvero riso, fagioli, margarina, farina e zucchero per mantenerti in vita e perché non si dica che a Goiânia qualcuno muore di fame. Per mantenerti schiavo.
Se poi sei una di quelle persone fortunate che hanno un lavoro, ti dovrai alzare molto presto per prendere due autobus pienissimi, il primo dei quali percorrerà un lungo tratto nella polvere o nel fango, secondo la stagione, per raggiungere dopo oltre un'ora di viaggio la casa della tua padrona, dove salirai per l'ascensore di servizio, entrerai per la porta di servizio, userai il gabinetto di servizio, lavorerai più di 8 ore al giorno, e alla fine del mese riceverai un salario minimo e, se la tua padrona è buona, qualche vestitino smesso per i tuoi bambini.
Un goianiense su quattro vive, anzi sopravvive, così. Sono quasi tutti immigrati, provenienti da situazioni disperate di mancanza di terra e di lavoro, vengono dal nord e dal nordest o dalle piccole città dell'interno dello stato. Lasciano una situazione precaria, misera, per trovarne una peggiore, vista la desolazione di queste periferie, la violenza altissima (un omicidio al giorno) che le percuote, la mancanza di una prospettiva migliore(...)

23 agosto 2008

Quando ero laggiù (numero zero)

Me lo chiedono in troppi, me lo chiedono spesso: “ma che ci sei andata a fare in Brasile? dove abitavi? che facevi? e perché sei tornata?”
E allora vengo meno al principio secondo il quale in un blog tematico non si deve parlare troppo di sé.
Dalla prossima settimana proverò a rispondere a quelle e ad altre domande con un lungo racconto a puntate. Senza scadenze fisse e senza regolarità. Magari ricopiando brani delle lettere che spedivo in Italia nell’era a.I. (avanti Internet, dal 1991 al 1994/95) o copincollando le famigerate “circolari” che scrivevo nell’era d.I. (dopo Internet, a partire dal 1997 – il 1996 l’ho passato in Italia – e fino al 2003).
Valuterò cammin facendo l’opportunità di continuare o di interrompere il racconto, e comunque non smetterò di fare quello che ho sempre fatto: dare notizie, sollevare questioni, suggerire riflessioni, parlare di musica, libri, sport, politica, economia e cultura popolare, insomma far risuonare in questo spazio la mia passione e il mio amore per il Brasile. Lo scopo per cui è nato questo blog non cambierà. Semplicemente, ci sarà un’aggiunta, piatto ricco per i curiosi, delusione per chi si aspetta “altro”.
Le puntate saranno numerate e riunite sotto un unico tag. Non so se rispetterò sempre l'ordine cronologico, in fin dei conti non è mica un’autobiografia. È piuttosto un racconto intorno al fuoco, come si faceva una volta.
Se vi va, quindi, prendete il vostro lavoro a maglia, il modellino da costruire coi fiammiferi, la pipa (è ammesso anche il sigaro: le sigarette, per favore, no), il vostro bicchiere di vino, il ricamo a mezzopunto da finire, il gatto da accarezzare e accomodatevi dove volete. Domande, interruzioni e commenti non sono solo consentiti, ma anche auspicati. Criticatemi, se viene all’uopo. Sentitevi liberi.
La porta è aperta, il fuoco acceso - anzi no, lo accendiamo quando farà un po' meno caldo. Forse ne avremo per parecchio tempo...

Alla prossima settimana, allora. Até logo.