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31 gennaio 2011

Addio a un amico

È stato una delle prime persone che ho conosciuto la prima volta che sono stata in Brasile, quasi 21 anni fa, nell'estate del 1990. Si chiamava Antonio Lopes dos Santos ma tutta la città di Matriz de Camaragibe lo conosceva come Totonho. Un ragazzone esuberante, simpatico, intelligente, che biascicava quattro parole di italiano e indossava con orgoglio la propria identità meticcia e il colore della pelle: "orgoglio negro" lo chiamava lui, ma in realtà era un mulatto scuro nelle cui vene scorreva anche una dose significativa di sangue indio. 
All'epoca era giovanissimo ma già molto impegnato nella comunità, il primo ricordo nitido che ho di lui è una lezione nel corso di alfabetizzazione di adulti di cui era insegnante e a cui mi aveva invitata ad assistere. Il mio primissimo contatto con il metodo Paulo Freire.
Ha lavorato con noi nel progetto di animazione sociale fra il 1992 e il 1995 e quando Sergio, il mio collega, è rientrato definitivamente in Italia nel 1996, lo ha sostituito anche formalmente, con un regolare contratto di lavoro alle dipendenze della parrocchia salesiana; insieme ad Ana, gestiva il Centro Giovanile "Don Bosco" di Matriz de Camaragibe. Lavorando lì, ha abitato per anni nell'appartamento che aveva ospitato me nei tre anni e mezzo di permanenza lì, ha usato i "miei" mobili, la mia cucina, la mia lavatrice e credo che la sua prima figlia, oggi adolescente, sia stata concepita lì. Qualche anno fa aveva lasciato il Centro Giovanile e ora lavorava come insegnante nella scuola pubblica.
Era un bravo educatore e, malgrado alcuni tratti del carattere un po' ambigui, era dotato di leadership naturale. Era stato anche candidato a consigliere comunale, ma in quel contesto riesce a vincere solo chi ha molti soldi per la campagna elettorale. Infatti non vinse.
Recentemente, pochissimi anni fa, si era iscritto all'università ed era riuscito a laurearsi (credo in pedagogia, ma non ne sono sicura), perché voleva migliorare la propria posizione lavorativa. Lo faceva per sé e per i figli.
La scorsa settimana ha avuto un tremendo attacco di appendicite, lo hanno portato al pronto soccorso nella capitale Maceió ma quando sono intervenuti era troppo tardi, la peritonite era avanzata. Ha passato un paio di giorni in coma ed è morto ieri a mezzogiorno. 
Non so se avesse già compiuto 40 anni o stesse per compierli. E ancora non mi capacito, non mi capacito della sua morte. Mi sembra impossibile pensare che la prossima volta che tornerò là non lo troverò. Ma soprattutto mi sembra assurdo che si possa morire così, per colpa di una sanità pubblica che non funziona. Se avesse avuto un'assicurazione sanitaria a pagamento, se se la fosse potuta permettere, se fosse riuscito ad avere accesso a una struttura sanitaria privatistica, sarebbe stato operato in tempo, prima che l'appendicite provocasse la peritonite fatale. 
Ecco il risultato di una sanità privata all'americana e di una sanità pubblica portata allo sfascio in decenni e decenni di "incentivo all'iniziativa privata" (realizzata in buona parte con denaro pubblico, sia detto con chiarezza). Ecco il risultato della presenza di mafie, mafiette e clientelismi del Nordest profondo, a cui Sicilia, Campania e Calabria fanno un baffo. C'è ancora molta strada da fare nel mio Brasile, nel nostro Brasile.
Oggi, nel giorno in cui il calendario ricorda San Giovanni Bosco, padre e maestro dei giovani, il mio amico Totonho - che era anche Cooperatore Salesiano - sarà seppellito nel cimitero di Matriz.
Buon viaggio, amico mio. Che Don Bosco ti accolga fra i tuoi amici, e che gli amici che restano possano aiutare Neta, vedova troppo giovane, e Larissa e Lucas, orfani prima del tempo. Come diceva il tuo santo preferito, "ci rivedremo in paradiso"...

10 ottobre 2010

Due pesi

Questo articolo, scritto da Maria Rita Khel, psicanalista e opinionista del giornale "O Estado de São Paulo", è stato pubblicato il 2 ottobre scorso, antivigilia delle elezioni presidenziali che avrebbero condotto Dilma Roussef e José Serra al secondo turno del prossimo 31 ottobre. Il 6/10 Maria Rita Khel è stata licenziata, colpevole di aver manifestato un'opinione contraria a quella della direzione del giornale.
Ritengo che meriti di essere letto (e chi vuole potrà leggerlo in lingua originale cliccando qui).

Due pesi...
di Maria Rita Khel
Questo giornale ha tenuto un atteggiamento che reputo dignitoso, quando ha spiegato ai suoi lettori di sostenere il candidato Serra alle prossime elezioni. In questo modo, la discussione che si svolge al suo interno è più onesta. Il dibattito elettorale che domani ci condurrà alle urne è molto acceso. Gli elettori dichiarano di essere stanchi e delusi dalla lotta all'ultimo sangue che ha caratterizzato la disputa per la Presidenza della Repubblica. Le campagne elettorali, ormai trasformate in show televisivi, non convincono più nessuno. Malgrado ciò, quest'anno è in gioco qualcosa di importante. Sembra addirittura che in Brasile esista ancora la lotta di classe, quella che nell'opinione di molti era stata seppellita dagli ultimi mattoni del Muro di Berlino. In televisione la rissa è mascherata, ma su internet il gioco si fa duro.
Se il popolo delle cosiddette classi D ed E - coloro che vivono nelle zone sperdute dell'entroterra brasiliano - avesse accesso alla rete, forse si ribellerebbe alle numerose catene di messaggi che denigrano il valore del suo voto. Per i nostri lettori si tratta di un argomento familiare: il voto dei poveri, favorevole alla continuità delle politiche sociali introdotte negli otto anni di governo Lula, non ha lo stesso valore del nostro. Non rappresenta l'espressione consapevole di una precisa volontà politica. Questi voti sarebbero stati comprati al prezzo di quello che una parte dell'opposizione chiama "Borsa-Elemosina" (gioco di parole fra "escola" - scuola - ed "esmola" - elemosina, parafrasando la Borsa-Scuola del primo governo Lula, successivamente diventata Borsa-Famiglia).
Una di queste catene è giunta anche alla mia casella di posta elettronica, inoltrata da diversi destinatari. Riproduceva la denuncia fatta da "una cugina" dell'autore, residente a Fortaleza. La denunciante, indignata per l'indolenza dei lavoratori non qualificati della sua città, si lamentava del fatto che nessuno voleva più occupare il posto di portiere del suo palazzo. I candidati naturali a quel lavoro preferivano vivere nell'ozio con i soldi della Borsa-Famiglia. Pensate un po' a che punto siamo arrivati. Non ci sono più i morti di fame di una volta. Dove sono andati a finire gli autentici umili che piacevano tanto ai cordiali padroni, e che per una miseria erano capaci di lavorare molto più delle otto ore regolamentari? Sì, perché è curioso che nessuno abbia fatto domande sul salario offerto dal condominio. Lo scambio del lavoro con la Borsa-Famiglia sarebbe vantaggioso per i cosiddetti furboni, pigri e approfittatori solo se il salario offerto fosse anticostituzionale: meno della metà del salario minimo. 200 reais è infatti il valore massimo raggiunto dalla somma di tutti i benefici concessi del governo a chi ha più di tre figli, a condizione di continuare a mandarli a scuola. (Il valore attuale del salario minimo è di 510 R$)
Secondo un'altra indignata denuncia che circola su internet, nella cittadina dell'entroterra del Piauí dove abitano i parenti della donna di servizio di un tizio di S. Paulo l'intera popolazione vive solo dei soldi dei programmi governativi. Se ciò risponde al vero, è terrificante immaginare di che cosa potessero vivere prima. Di sicuro pativano la fame, come nello spaventoso film di José Padilha "Garapa". Pativano la fame tutti i giorni. Le famiglie al di sotto della classe C che attualmente ricevono la borsa, magari sommata a qualche forma di pensione, sono ancora povere. La differenza è che ora hanno da mangiare. Qualcuno riesce anche a produrre qualcosa e a venderlo ad altri che hanno cominciato a comprare del cibo. L'economista Paul Singer ci informa che, nelle piccole città, questa infima entrata di denaro ha un effetto sorprendente sull'economia locale. La Borsa-Famiglia, c'è da non crederci, offre condizioni di consumo tali da generare occupazione. Il voto del gruppo dell'elemosina, quindi, è politico, e rivela la recente acquisizione di una coscienza di classe.
Il Brasile in questo è cambiato. Ma, contrariamente a quanto pensano gli indignati della rete, è cambiato in meglio. Se fino a poco tempo fa certi datori di lavoro erano soliti contrattare, per meno di un salario minimo, persone senza alternative di occupazione e prive della coscienza dei propri diritti, oggi non è più così facile trovare qualcuno disposto a lavorare a queste condizioni. È più interessante provare a tirare avanti a partire dalla Borsa-Famiglia che, malgrado sia modesta, ha ridotto dal 12% al 4,8% la fascia di popolazione in stato di estrema povertà. Avrà idea, il lettore di S. Paulo, di quanto bisognava essere poveri per riuscire a uscire da quello strato sociale grazie a una differenza di soli 200 R$? Quando lo Stato comincia a garantire i diritti minimi, la popolazione si politicizza e comincia a esigere che quei diritti vengano rispettati. Un mio amico ha dato a questo effetto il nome di "accumulo primitivo di democrazia".
Eppure, sembra che il voto di questa gente risvegli ancora una volta l'argomento di un'indimenticabile osservazione di Pelé, secondo la quale i brasiliani non sono preparati al voto. Non tutti lo sono, sia chiaro. Dopo il secondo turno del 2006, il sociologo Hélio Jaguaribe scrisse che il 60% dei brasiliani che avevano votato per Lula aveva tenuto conto unicamente dei propri interessi, mentre il restante 40% dei cosiddetti elettori istruiti aveva pensato agli interessi del Paese.  L'unica cosa che il Prof. Jauguaribe non spiegò fu come un Brasile guidato da un'élite istruita e preoccupata degli interessi di tutti fosse arrivato al terzo millennio con il 60% della propria popolazione talmente ignorante da vedere il proprio voto, declassato a un rango ben poco repubblicano.
Ora che i più poveri sono riusciti ad alzare la testa oltre la linea della mendicanza e della dipendenza dai rapporti di favore che hanno sempre caratterizzato le politiche locali nell'entroterra del Paese, si dice che votare pro causa propria non vale. Ora che, per la prima, volta i senza-cittadinanza hanno conquistato qualche minimo diritto e desiderano preservarlo attraverso la via democratica, una parte dei cittadini che si considerano di classe A si permette di sminuire pubblicamente la serietà di quel voto.

05 ottobre 2010

Capoeira, samba e forró a Bologna (a un passo da casa mia)

Avete presente certe coincidenze che sembrano fatte apposta per farti scoppiare di allegria?
A Bologna ha aperto, in questi giorni, un nuovo centro di capoeira e danze brasiliane. Si chiama "Accademia de Capoeira", traduzione un po' ammiccante di "Academia de Capoeira" che significherebbe "palestra" e non "accademia". Ma il gioco di parole ci sta tutto.
Ebbene, questo nucleo di brasilianità si trova a poche decine di metri da casa mia, in una viuzza quasi sconosciuta nei pressi della nuova stazione ferroviaria Bologna Mazzini, sulla linea regionale per Prato. L'indirizzo è via Fiorita 8/A.
Il maestro si chiama Valter ed è niente meno che di Olinda, la città storica confinante con la "mia" Recife. Insomma, coincidenza su coincidenza.
Lunedì andrò a fare la lezione di prova di samba e forró e conoscerò anche la maestra di danza.
I corsi e le lezioni private di capoeira, anche per bambini, si svolgono praticamente tutti i giorni della settimana.
Se qualcuno dei miei lettori bolognesi vuole saperne di più, può cliccare sul titolo di questo post  e sarà reindirizzato al sito dell'Accademia; oppure può cliccare QUI e troverà i numeri di telefono a cui rivolgersi.

27 giugno 2010

E ora si discute sulle cause (ancora sulle inondazioni)

Prima di entrare nel merito del titolo, qualche aggiornamento sulla situazione. I morti sono arrivati al numero di 52; i dispersi sembrano ammontare a una cinquantina, e non a cinquecento come sembrava all'inizio. 
Situazione in Alagoas. Matriz de Camaragibe, malgrado rientri nel novero dei municipi in stato di emergenza, non si trova in situazione critica; sono state danneggiate alcune case, ne sono crollate un paio nei pressi del mercato (cioè costruite sulla sponda del fiume) ma niente a che vedere coi disastri del 1989 e del 2000. Situazione ben più che drammatica nel municipio di Branquinha dove, a quanto dicono gli amici contattati, gli unici edifici rimasti integri sono la chiesa e il centro comunitario (costruito dai salesiani nei primi anni '90). La sindaca ha proposto di ricostruire la città in un altro sito.
Situazione in Pernambuco. Danni gravissimi anche in numerosi municipi del Pernambuco. Il nuovo ponte sul torrente Una, inaugurato poco più di un anno fa nell'ambito delle opere di raddoppiamento dell'importante strada federale BR-101 e costruito secondo le più recenti tecniche di ingegneria civile e nel rispetto dei principi di impatto ambientale, è stato spazzato via dall'onda di piena come se si fosse trattato di un ponte di legno. Le macerie del ponte sono diventate una specie di attrazione turistica della città di Palmares. 
Il presidente Lula si è recato in visita ad alcune delle città colpite. Atterrato a Rio Largo (Alagoas, nei pressi dell'aeroporto internazionale di Maceió) ha rifiutato di compiere il percorso ufficiale che era stato preparato dallo staff e che prevedeva la visita a una diga sfondata e a un ponte crollato, per andare a visitare le città colpite e parlare con le persone.  I suoi sostenitori ne evidenziano l'umanità e il fatto di essere un presidente che mette i piedi nel fango, ricordando che in occasione dei nubifragi di São Paulo il candidato a presidente per l'opposizione, José Serra, è "fuggito" da Jardim Pantanal, il quartiere colpito. I suoi detrattori ne denunciano il populismo, ricordando (non senza qualche ragione) che siamo in piena campagna elettorale per le elezioni politiche e presidenziali.

Le cause. A quanto ho capito dalla lettura dei giornali, le piogge violente hanno flagellato le zone del Pernambuco in cui si trovano le sorgenti dei fiumi che, in preda alla piena, hanno spazzato via come uno tsunami i paesi che si trovano sulle loro sponde in Alagoas.
Da una parte, quindi, viene "incolpata" la natura che ha scaricato sulla regione, in un solo giorno, l'acqua che normalmente cade in un mese di stagione invernale (che in questa zona corrisponde a una vera e propria "stagione delle piogge"). Ma dall'altra parte non si può far finta che non ci siano anche delle responsabilità squisitamente politiche, come si diceva nel post di qualche giorno fa e nelle denunce della candidata alla presidenza, Marina Silva.
Copio e traduco da un articolo comparso sul sito di notizie "Ig Último Segundo": La verità è che mancano strutture e opere di prevenzione. Il presidente Luiz Inácio Lula d Silva, durante la visita alle regioni colpite, ha annunciato un finanziamento di 550 milioni di R$ (circa 250 milioni di Euro) per Alagoas e Pernambuco, ma i dati del Sistema Integrato dell'Amministrazione Finanziaria del Governo Federale (Siafi) raccolti dai consulenti tecnici del DEM (il Partito Democratico) mostrano che il governo federale ha speso solo lo 0,74% delle risorse di bilancio 2010 destinate "alla prevenzione e alla preparazione in caso di disastri naturali". Questa percentuale corrisponde a 3,2 milioni dei 442,5 inizialmente destinati. Il rimanente 99,62% rimane nelle casse federali. Lo stesso rilevamento mostra che il governo Lula ha speso 356,7 milioni di R$ in "risposta a disastri e distruzioni". E si tratta comunque di solo il 17,32% del preventivato.
Secondo la locale conferenza dei sindaci, il numero di municipi che nei primi sei mesi dell'anno hanno richiesto lo stato di emergenza ammonta a 1.635, contro i 1.389 dell'intero 2009. Limitatamente a questa catastrofe e ai soli stati di PE e AL i municipi sono oggi 58.
Eppure, sono più numerosi - circa il doppio - i casi di grave siccità che quelli di eccesso d'acqua, anche se questi ultimi hanno effetti molto più distruttivi.
E comunque, le catastrofi climatiche hanno moltissimo a che vedere con un'occupazione del suolo disordinata e non pianificata e ciò diventa particolarmente evidente nel caso di piogge devastanti e alluvioni.
Potete trovare altre notizie aggiornate, e soprattutto immagini, cliccando qui e anche qui.

(fonti: http://ultimosegundo.ig.com.br/ e http://osamigosdopresidentelula.blogspot.com/)

23 giugno 2010

Aggiornamenti sul nubifragio

Non ho ancora ricevuto notizie dai miei amici e mi riprometto di provare a telefonare questa sera, ma ho fatto un giro sui quotidiani locali e ho scoperto notizie tutt'altro che confortanti.
Nello stato del Pernambuco i municipi colpiti sono 54 (di cui 7 in stato di calamità e 29 in stato di emergenza) mentre nello stato di Alagoas sono 17 quelli in stato di emergenza o di calamità (ho trovato informazioni incongruenti, in un giornale si parla di 15 in stato di calamità, in un altro di 17 in stato di emergenza, ma la sostanza cambia di poco). Della lista fa parte anche Matriz de Camaragibe, dove ho vissuto per tre anni e mezzo e dove abita un numero imprecisato di amici e conoscenti, oltre alla mia "famiglia brasiliana".

Stando sempre alle notizie divulgate ieri sera dai giornali locali, nel solo stato di Alagoas ci sarebbero oltre 600 dispersi. I morti totali (in realtà, i corpi recuperati) ammontavano a 41, di cui 12 in Pernambuco e 29 in Alagoas, ma è evidente che questo tragico bilancio è destinato ad aumentare. 
Nel solo stato del Pernambuco si calcola che sono andati distrutti o fortemente danneggiati circa 1.500 Km di strade: sì, avete letto bene, 1.500 chilometri solo nello stato del Pernambuco. E 18 mila persone rimaste senza tetto. E altri 25 mila sfollati.

Il governo federale sta inviando aiuti alimentari e infrastrutturali attraverso l'aeronautica militare, ma i collegamenti sono interrotti in molte zone a causa della rottura dei ponti (69 solo in Pernambuco) e non dappertutto è possibile atterrare con aerei ed elicotteri di soccorso. Sono inoltre stati liberati 100 milioni di reais (circa 45 milioni di euro) che serviranno all'acquisto di acqua potabile e cibo e per il noleggio di macchinari (dalle macchine di movimento terra ad altre attrezzature utili a ripristinare uno stato mediamente accettabile delle cose).

La candidata alla presidenza della Repubblica per il Partito Verde, la ex-ministra dell'Ambiente Marina Silva, ha criticato fortemente la mancanza di preparazione da parte dei vari livelli di governo e i massicci investimenti in interventi di emergenza. In questi ultimi anni il Brasile avrebbe investito solo 130 milioni di R$ in interventi infrastrutturali a fronte di oltre un miliardo in emergenza. Non vi ricorda qualcosa, per esempio un piccolo paese europeo a forma di stivale proiettato nel Mar Mediterraneo?...
(Se avete voglia di vedere una galleria fotografica, cliccate qui.)

22 giugno 2010

Pioggia assassina

È notizia di queste ore la morte di oltre 40 persone per le piogge torrenziali che stanno flagellando gli stati di Alagoas e Pernambuco, nel "mio" Nordest (ho vissuto 3 anni e mezzo nell'entroterra di Alagoas e quasi 5 nella capitale del Pernambuco).
In questo momento sono molto preoccupata perché non ho notizie dirette dai miei amici che vivono là, le poche cose che ho saputo dai giornali sono che il governo federale sta cercando di mandare aiuti ma è difficile raggiungere le zone più colpite che, a quanto ho capito fin qui, sono proprio quelle che conosco io. La città di Barreiros, che si trova esattamente a metà strada fra Recife e Matriz de Camaragibe, il tragitto che ho percorso decine e decine di volte negli anni trascorsi in Brasile, è isolata e senza energia elettrica.
Inutile dire che le piogge torrenziali provocano i danni maggiori proprio alle persone che si trovano nelle situazioni abitative più precarie: nelle città i favelados, nelle campagne quelli che hanno costruito una baracca su un pendio argilloso.
Matriz ha il problema di trovarsi sulle sponde del Rio Camaragibe che, quando si gonfia più del normale, straripa e allaga la cittadina. Un racconto di episodi legati all'ultima grave alluvione (agosto 2000) è stato riportato nel post del 9 maggio 2009 intitolato "Piove, governo ladro". Se avete voglia e tempo potete andarlo a leggere.
In quegli stessi giorni del 2000 anche Recife si trovò alluvionata. La città si trova sul livello del mare ed è costruita sulla foce di due fiumi, il Capibaribe e il Beberibe. Il 1º agosto 2000 vennero a coincidere tre diversi fattori: si erano susseguiti parecchi giorni di piogge invernali intense (con aumento notevole della portata di entrambi i fiumi) e ci furono sia il plenilunio sia l'alta marea più elevata dell'anno. Il risultato fu che l'acqua non riusciva a scaricarsi nell'oceano e si riversò nelle strade della città. Chiusero tutte le scuole, le aziende, le università e anche alcuni ospedali dovettero prendere provvedimenti drastici. I danni furono incalcolabili, soprattutto in vite umane spezzate.
Ora aspetto di sapere le notizie delle ultime ore. Rimanete connessi, mi rifarò viva al più presto.

23 febbraio 2010

Storie del mio Brasile su "Donne Pensanti"

"Dall'altra parte del mare" è il post che è stato pubblicato oggi sul blog di Donne Pensanti gestito dall'amica Silvia Cavalieri.
L'ho scritto un po' in fretta qualche settimana fa, e nel testo parlo di tre donne di Matriz de Camaragibe: Célia, Luiza e Ana (nella foto qui a sinistra).
Qualche informazione su Matriz la potete trovare anche su questo blog, è la piccola città in cui ho trascorso tre anni e mezzo all'inizio della mia esperienza in Brasile, quasi 20 anni fa, un luogo che scherzosamente mi ritrovo spesso a soprannominare "il buco del c... del Brasile". Non per disprezzo, ma perché a volte sembra davvero un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini.
Oltre a essere donne pensanti, due di loro (Célia e Ana) sono anche carissime amiche, compagne di strada. 
Célia e io ci chiamiamo scherzosamente "comadre" (comare), perché sono stata madrina di cresima di Jane, la sua terzogenita. (nella foto qui a destra, insieme al marito João).
Ana invece è la mia sorella brasiliana di adozione, nel senso più completo che si può attribuire a questa parola. Non è un caso se i suoi nipoti, anche quelli nati dopo il mio rientro in Italia, mi conoscono come "Tia Sandra", Zia Sandra (malgrado le perplessità espresse una volta da una di loro, Gislaine, che andò a domandarle: "Ma la zia Sandra, è zia nostra in che modo?"...)
Vi lascio alla lettura di Donne Pensanti, se ne avete voglia.

11 febbraio 2010

Alcides não acontece todos os dias

Alcides não acontece todos os dias. Alcides non capita tutti i giorni. Questo l'incipit di un articolo che ho ricevuto ieri dall'amica Mônica, dal titolo Recife envergonhado (Recife si vergogna). Mi limito a una rapida traduzione e lascio a voi riflessioni, commenti e considerazioni.

Alcides non capita tutti i giorni. È un simbolo. E non di quelli inventati. Di quelli che fanno sentire orgogliosi, che spingono a ripensare alla vita, alle opportunità, alle cose giuste e a quelle sbagliate. Alcides è una bella storia, di quelle da riempirci un libro intero, che fanno vernir voglia di raccontare tutti i dettagli al tassista, al portinaio, ai colleghi, a tutti.

Abitante del sobborgo popolare Vila Santa Luzia, nel quartiere Torre, e figlio di un'ex-carrettiera, aveva sfiorato la miseria da vicino ma era passato all'esame di ammissione per il corso di Biomedicina dell'Università Federale del Pernambuco. Ed era passato alla grande, piazzandosi al primo posto fra gli studenti provenienti dalle scuole pubbliche (in Brasile, come negli Stati Uniti e in altri paesi delle Americhe, le scuole private sono migliori di quelle pubbliche, riservate alle fasce più povere della popolazione. N.d.T.). Non si dedicava ad altro. Studiava e frequentava il gruppo giovanile della chiesa di Torre. Aveva fatto impazzire dalla felicità sua madre, e anche Vila Santa Luzia. Le altre madri del quartiere avevano trovato qualcuno da additare ai propri figli. "Lo vedi quello? È stato ammesso all'università".

Aveva 22 anni e a settembre prossimo si sarebbe laureato. Avrebbe fatto il master e poi anche il dottorato. Ma abitava a Recife. Ed è bastato a fargli prendere due spari in testa. Era l'una di venerdì e stava studiando. È stato trascinato fuori di casa da due uomini in motocicletta. È morto davanti a sua madre e a tre sorelle.

Stamattina ho incontrato sua madre, donna Maria Luiza. Era ancora vestita di orgoglio, con il camice bianco del figlio. Mancava veramente poco al momento in cui avrebbe potuto dire al mondo di essere la madre di un biomedico. Ma ancor meno a quello in cui dire che non lo era più. Mi ha raccontato tutto il suo dolore. Ha detto che è riuscita ad aggrapparsi agli assassini, ma non c'è stato niente da fare. È riuscita a evitare solo il terzo colpo di pistola. Ma i primi due avevano già interrotto il suo sogno più grande. Maria Luiza è tornata a essere una madre come tante.

Oggi è l'8 febbraio e, solo in quest'anno, 386 madri di Recife piangono la morte di un figlio.


(Il testo originale è di João Valadares .La foto è di Alexandre Gondim/JCimagem)

01 luglio 2009

E' l'inizio di una nuova storia

Fernando Antonio Saburido, classe 1947, benedettino, è il nuovo arcivescovo di Recife e Olinda.
Sostituisce José Cardoso Sobrinho, successore di Dom Helder Camara in quiescenza per raggiunti limiti di età.
Ho appena ricevuto la notizia da un amico di Recife che l'ha commentata proprio con la frase che dà il titolo a questo post. I benedettini in Brasile sono famosi per la loro apertura, il loro impegno sociale, la loro propensione all'ecumenismo. Speriamo che Dom Saburido confermi questa fama e restituisca alla chiesa di Recife e Olinda il vigore e la speranza degli anni gloriosi di Dom Helder.

29 giugno 2009

Notizie di 10 anni fa

Ripesco dalle mie "circolari" di quando ero in Brasile la lettera spedita esattamente 10 anni fa, contenente le ultime notizie di quei giorni. Come al solito, nessun editing: copincollo il testo così come sta. Con la consapevolezza che alcune cose - per esempio, il triste stato delle carceri brasiliane - in questi due lustri sono cambiate ben poco.
Buona lettura

ULTIME DAL BRASILE – 28/06/99

TORTURE E POLIZIA
Amnesty International ha pubblicato in questi giorni una relazione sullo stato delle carceri brasiliane; la pratica della tortura è ancora tragicamente presente e considerata “normale” in carcere e nei commissariati di polizia. Le torture più comuni sono l’affogamento (il torturato è collocato con la testa in un barile d’acqua), la scossa elettrica, il “pau di arara” (il torturato è appeso ad un palo sospeso per le mani e per i piedi), il “telefono” (percosse sulle orecchie con le mani a coppa, provocando sanguinamento e rottura dei timpani), percosse in genere. Una donna condannata per omicidio ha raccontato di essere stata costretta a firmare la confessione in seguito a percosse con una mazza da baseball recante la scritta “diritti umani”. Due anni fa un adoclescente di Recife, catturato per traffico di droga, è stato fatto sedere dentro ad un barile di acido, riportando gravi ustioni a glutei, cosce e genitali.
Mentre Amnesty denunciava, il presidente Fernando Henrique Cardoso nominava il nuovo direttore della Polizia Federale, João Batista Campelo; immediatamente lo scandalo: Campelo era torturatore durante la dittatura militare. Le testimonianze schiaccianti, fra cui quella di José Antonio Magalhães Monteiro, ex prete cattolico torturato da Campelo nel 1970 in un commissariato di S. Luís (Maranhão), non hanno impedito che l’uomo continuasse a dichiararsi innocente o “vittima” come S. Giovanni Battista (João Batista, appunto), e reclamasse il diritto di permanere in carica in virtù del fatto che era stato nominato dal presidente in persona. Naturalmente è stato sostituito dopo soli 3 giorni, compromettendo ancor di più l’immagine pubblica del presidente, la cui popolarità sta rapidamente scendendo a causa della situazione economica e sociale del paese.

OMICIDI DI MINORI
Sono usciti i dati sugli omicidi di minori nella Regione Metropolitana di Recife nel 1998: 319, quasi uno al giorno. Il 20% avevano fra gli 11 e i 15 anni, il 31% 16, il 44% 17 anni, e il 5% erano minori di 10 anni (questi ultimi sono vittime principalmente dei genitori).
La maggior parte erano piccoli delinquenti, “marginali” come si dice qui, uccisi da poliziotti in divisa o senza divisa (gli “squadroni della morte”); siamo ancora molto lontani dalla coscienza politica e sociale che, per risolvere il problema della marginalità, è necessario agire soprattutto sulle cause, con interventi correttivi e di prevenzione che abbiano come obiettivo il recupero di questi giovani cittadini. È molto più semplice fare propri commenti come quello (anonimo) apparso in un quotidiano di Rio de Janeiro alla fine di luglio del 93, alcuni giorni dopo la strage di Candelaria nella quale furono uccisi mentre dormivano 5 bambini di strada: “Risolvi il problema dei bambini di strada: ammazzane uno”. A proposito, lunedì 14 giugno scorso João Fernando Caldeira da Silva, detto “Bilinha”, di 17 anni, è stato ucciso con un colpo di pistola al petto d un incrocio, a soli 300 metri dalla chiesa della Candelaria. Sei anni fa, il 23 luglio 93, con soli 11 anni di età, Bilinha era stato uno dei pochi sopravvissuti alla strage.
Citiamo e facciamo nostro il commento di un educadore della Fondazione S. Martino, una ONG che lavora coi meninos de rua: “All’epoca della strage, uccidevano all’ingrosso. Attualmente li uccidono al dettaglio”.

INFLAZIONE
È innegabile che il “Plano Real” varato 5 anni fa ha avuto un effetto positivo sull’economia brasiliana, la discesa dell’inflazione. Se però si analizzano i vari indicatori economici del paese, si può constatare che questo vantaggio, che dovebbe favorire proncipalmente gli starti più poveri della popolazione, in realtà li sta danneggiando. La relativa stabilità della moneta e il basso indice di inflazione sono sostenuti economicamente dalla classe lavoratrice, che ha visto i posti di lavoro diminuire drasticamente, facendo tornare la disoccupazione ai valori di 30 anni fa.
E sono i nuovi impoveriti, specialmente nelle grandi città, che contribuiscono ad ingrossare le file dei “marginali”, dei detenuti in carceri invivibili, dei meninos e meninas de rua.

CONTRO-ESODO
Mai come in quest’ultimo semestre gli emigranti sono tornati a casa; dalla principale stazione di pulmann di S. Paulo, il Terminal Tietê, partono in media 3000 persone al giorno, con destinazione Nordest. Sono persone schiacciate dall’alto costo della vita, dalla disoccupazione (solo il 20% dei migranti trova un lavoro a S. Paulo), dalle difficoltà e dalla violenza della vita metropolitana; emigrare non è più un trampolino di lancio verso l’alto, ma una spinta verso il basso, visto che le condizioni di vita peggiorano. Così, dicono le testimonianze raccolte da un giornalista televisivo alla stazione degli autobus, “è meglio tornare a casa, dove si può aver fame con più dignità”.

TRADIZIONI NORDESTINE: S. JOÃO
Si stanno concludendo in questi giorni i festeggiamenti di San Giovanni che, con Sant’Antonio e San Pietro, rappresentano il cuore di una delle più significative tradizioni culturali nordestine, le “festas juninas”.
I festeggiamenti, presenti in tutto il Nordest anche se con alcune differenze fra uno stato e l’altro, trovano la loro espressione più autenticamente popolare in due città dell’interno degli stati di Pernambuco e Paraíba: Caruaru e Campina Grande. Le feste sono caratterizzate da due elementi fondamentali: il cibo a base di mais (milho verde) e il “forró”, danza tipica di questo periodo ma che un vero nordestino balla durante tutto l’anno.
Le città, i negozi, le strade sono addobbati con bandierine colorate, e soprattutto nelle piccole città dell’interno sono costruite capanne coperte di foglie, sotto le quali si danza la Quadriglia, di origine francese. Ma non si pensi alla quadriglia delle dame del 600: le coppie sono vestite alla campagnola, vestitoni a balze e fiori per le donne, camicie a scacchi e fazzoletto al collo per gli uomini, e poi vere e proprie coreografie con tutti i personaggi della tradizione contadina (gli sposi campagnoli, il prete ubriacone, la zingara, il brigante), il tutto rigorosamente a ritmo di forró, accompaganato da fisarmoniche e triangoli.
A differenza del Carnevale, che sta diventando sempre più un affare commerciale al servizio del turista straniero, le “festas juninas” sono una realtà autenticamente popolare e nordestina a cui noi stranieri possiamo partecipare con allegria ma che, dobbiamo riconoscerlo, appartiene a loro. L’unica cosa che dobbiamo augurarci è che questa tradizione non si appiattisca anch’essa piegandosi ai dettami del mercato e che i nordestini resistano e non lascino “colonizzare” da interessi esterni un elemento così prezioso della loro identità culturale.

10 maggio 2009

Piove, governo ladro (agosto 2000)


Non so se state seguendo le notizie che provengono da alcune regioni del Brasile e in particolare dallo Stato del Maranhão, dove le alluvioni stanno rendendo difficile la vita a moltissima gente.
Non è che le alluvioni nel Nordest siano poi tutta questa novità, anzi sono un problema ricorrente e a farne le spese più alte è sempre la povera gente.
L'ultima alluvione di cui sono stata testimone risale ai primi di agosto del 2000. In quell'occasione scrissi una delle mie famose "circolari" a cui diedi lo stesso titolo di questo post. La copincollo senza correggere né refusi né virgole, tale e quale a come la spedii allora. Non è che le cose siano poi cambiate così tanto, da allora ad oggi...


7/08/2000

Carissimi tutti,
la settimana scorsa, come forse avrete visto anche al telegiornale italiano, si è scatenato sul nordest del Brasile un violentissimo nubifragio. Le città più colpite sono state Recife, dove abito io, e Maceió, capitale dello stato di Alagoas, ma le piccole città dell'interno dei due stati hanno anch'esse sofferto danni incacolabili.
In città, la situazione più grave è quella delle favelas costruite sopra o sotto costoni di terra, che si sono trasformati in fango scivoloso facendo crollare numerose baracche (quelle costruite "sopra") e seppellendone altre (quelle costruite "sotto"). Il bilancio dei morti non è ancora stato confermato ufficialmente, ma si dice che siano circa 70 solo nello stato di Pernambuco (Recife), e altrettanti in Alagoas, mentre sarebbero circa 120.000 le famiglie rimaste senza tetto.
Se non l'avessi visto coi miei occhi non avrei creduto che una grande città potesse ridursi in questo stato, io sono fortunata perché abito in un posto abbastanza alto e anche nei due giorni in cui non ho potuto uscire di casa la mia vita è stata quasi normale, la strada per la panetteria era accessibile, e anche quella per il videonoleggio.... ma in alcune avenidas era impossibile transitare in automobile, perché le macchine si ritrovavano semplicemente a fluttuare nell'acqua... a malapena riuscivano a transitare gli autobus, ma il problema era salirci sopra senza ritrovarsi giù dal marciapiede con l'acqua fino a metà coscia.

Nell'interno, la situazione è stata anche peggiore. A Matriz de Camaragibe, dove ho abitato dal 91 al 95, solo la piazza della chiesa emergeva dall'acqua. Moltissime persone, che non sono riuscite a raggiungere la piazza, hanno passato la notte fra martedì e mercoledì arrampicate sui pali della luce o sedute sui tetti: acqua sopra e acqua sotto, un inferno d'acqua.
Ora l'alluvione è rientrata ma la città sembra un villaggio fantasma dopo un bombardamento, molte famiglie hanno perso tutto, il frigorifero, letti, materassi, armadio... una mia amica non è riuscita a salvare neanche le mutandine dei bambini.
Ora, se la situazione non peggiorerà di nuovo, bisognerà calcolare i danni. Il governo federale ha già stanziato aluni miliardi per i comuni colpiti dalla tragedia, e qui sta il problema. Quest'anno ci saranno le elezioni municipali, e per la prima volta i sindaci in carica si potranno ricandidare per essere rieletti. A Matriz, ad esempio, nonostante il governatore dello Stato sia di opposizione, deve necessariamente trasferire i fondi al muncipio, e cosa fa il sindaco? Favorisce quelli che sono dalla sua parte, usando i soldi dell'emergenza per rafforzare la sua campagna elettorale. I "suoi" poveri gli saranno immensamente grati per l'aiuto alimentare, la ricostruzione della casa, l'acquisto del materasso, ma i poveri "d'opposizione"....
Una famiglia non ha ricevuto la cesta d'emergenza con la seguente motivazione: "voi avete la faccia da 40" (40 - "quarenta" - è il numero del candidato del PSB, il partito d'opposizione, ma quarenta è anche il nome di una specie di polenta, cibo per miserabili, grottesco gioco di parole sulla pelle di chi non mangiava da tre giorni). Sempre lo stesso sindaco (ovviamente non lui in persona, ma i suoi scagnozzi) riunisce la gente sotto il palazzo municipale e fa il "lancio" delle gallette, scatenando la furia di chi ha fame, e lasciando i più deboli senza niente.

"Piove, governo ladro"..... ora lo capisco molto bene...

09 febbraio 2009

Dom Helder Camara: centenario della nascita, decennale della morte


Sono iniziate in questi giorni le cerimonie per il centenario della nascita di Dom Helder Camara (7 febbraio 1909), e sempre quest'anno ricorrerà il decennale della sua morte (27 agosto 1999).
In occasione del centenario le poste brasiliane hanno emesso un francobollo commemorativo, mentre nella città di Recife prenderanno il via numerose iniziative culturali e religiose.

Helder Pessoa Camara nasce a Fortaleza, capitale dello stato del Ceará nel Nordest brasiliano, il 7 febbraio 1909, da João Eduardo Torres Camara Filho, ragioniere e giornalista, e Adelaide Rodrigues Pessoa Camara, maestra elementare. È l’undicesimo dei tredici figli di una famiglia dalle condizioni modeste ma ben inserita nella società locale. Nel 1923, a 14 anni, fa il suo ingresso nel Seminario Diocesano di São José a Fortaleza, all’epoca diretto dai padri lazzaristi. Studente modello, viene ordinato sacerdote a soli 22 anni il 15 agosto 1931. (...)
Questa persona “dall’apparenza modesta” ma accogliente e attenta, nella quale convivevano il contemplativo e l’organizzatore efficiente, il mistico e l’oratore acceso, lo scrittore e il poeta, si forgia a partire da alcune decisioni, apparentemente semplici, prese nel periodo della formazione e nei primi anni di sacerdozio e seguite con rara fedeltà: le Veglie quotidiane dall’una alle cinque del mattino; la Santa Messa “celebrata sempre come se fosse la prima”; “l’utilizzo di schemi al posto di discorsi interamente scritti; la preparazione meticolosa attraverso una meditazione sincera davanti al Signore e l’impegno a non predicare nulla senza averne assoluta convinzione”.(...)
Al Concilio Vaticano II difende l’idea di una Chiesa che cammina decisa verso il futuro, una Chiesa che si preoccupa dei poveri e si impegna nella lotta contro le strutture che generano la povertà. Inizia a tessere una rete di articolate relazioni e nell’ottobre del 1962 giunge a Roma già con un preciso piano di lavoro e di perfezionamento personale. Diventa ben presto uno dei più conosciuti Padri Conciliari, pur senza prendere mai la parola in Basilica. Partecipa attivamente a gruppi informali che avranno enorme influenza sull’elaborazione dei grandi testi conciliari, in particolare la Gaudium et Spes alla cui stesura contribuisce fin dal 1963 tramite il suo impegno nella commissione per l’apostolato dei laici. (...)
Pochi giorni prima del golpe militare del 31 marzo 1964, con cui in Brasile si instaurerà un regime della durata di 20 lunghissimi anni, Paolo VI lo nomina arcivescovo presso la sede episcopale di Olinda e Recife, dove si insedierà il 12 aprile dello stesso anno. La sua nomina viene salutata con favore dai militari che conoscono la sua fama di grande conciliatore. Ma nel discorso di insediamento lascia subito chiara la sua proposta di azione per l’Arcidiocesi, che comprende anche il servizio alla difesa dei diritti umani e all’organizzazione e coscientizzazione delle comunità più povere.(...)
Il 27 settembre 1964 lascia la Segreteria della CNBB in seguito alla sconfitta dei suoi candidati alla nuova direzione della Conferenza. Si dedica allora con maggiore intensità alle comunità più bisognose dell’arcidiocesi e alla lotta per i diritti umani e per la giustizia sociale. In breve tempo, ottiene la fama di “fratello dei poveri”, araldo di quelli “senza voce e senza storia”, “voce scomoda del Vangelo”.
Ancor prima dell’istituzione ufficiale della censura da parte del regime militare, a causa delle denunce esplicite contro la tortura il suo nome viene bandito dai mezzi di comunicazione di massa. La sua voce può essere udita solo a Recife e dintorni, dai microfoni di Radio Olinda. Numerosi suoi collaboratori vengono colpiti dalle persecuzioni del regime e uno di essi, padre Antônio Henrique Pereira Neto, viene arrestato e torturato a morte fra il 26 e il 27 maggio 1969. (...)
Il 26 maggio 1970 al Palazzo dello Sport di Parigi, davanti a oltre 10 mila persone, pronuncia un celebre discorso nel quale racconta la reale situazione del Brasile e denuncia le torture ai prigionieri politici. Da quel momento, gli inviti a tenere conferenze all’estero si moltiplicano e Dom Helder diventa un punto di riferimento internazionale per la difesa dei diritti umani e la lotta contro la povertà nei paesi del terzo mondo: un vero e proprio ambasciatore dei poveri. Gli oltre 80 impegni l’anno al di fuori dei confini del Brasile spingono le gerarchie vaticane a richiedere, qualche anno dopo, una sua maggior presenza in diocesi, la riduzione dei viaggi all’estero e una “moderazione” nel tono e nei contenuti dei suoi discorsi.
Il 17 maggio 1970 compare un articolo sul Sunday Times nel quale Dom Helder viene definito “l’uomo più influente dell’America Latina dopo Fidel Castro”. Sempre nel 1970, con cinque milioni di firme raccolte soprattutto fra i lavoratori del continente, viene indicato al Nobel per la Pace; il governo militare esercita pressioni più o meno occulte e monta una campagna volta a gettare discredito sulla figura dell’arcivescovo. Il premio non gli viene conferito né quell’anno né l’anno successivo, quando viene nuovamente nominato e dato come favorito. Forse a parziale riparazione di questo increscioso “incidente di percorso”, nel 1974 gli viene assegnato sempre a Oslo il Premio Popolare della Pace.
Come leader di movimenti non violenti e membro di 33 organizzazioni nazionali e internazionali si aggiudica altri 22 premi, fra i quali il Martin Luther King (USA) e il Memoriale Giovanni XXIII di Pax Christi. È inoltre insignito di 32 lauree Honoris Causa; ben 27 città, in Brasile e nel mondo, lo nominano cittadino onorario.
Il 10 aprile 1985, colpito dalla regola che lui stesso aveva contribuito a creare e che prevedeva l’allontanamento dal servizio pastorale al raggiungimento dei 75 anni di età, si ritira dal governo dell’arcidiocesi di Olinda e Recife e si trasferisce presso la minuscola e periferica Igreja das Fronteiras (Chiesa delle Frontiere), dove risiederà fino alla sua morte.(...)
Dom Helder muore a 90 anni, il 27 agosto 1999. Decine di migliaia di persone prestano omaggio alle sue spoglie composte all’interno della Igreja das Fronteiras e partecipano al suo funerale nella piazza della Igreja da Sé di Olinda (la Cattedrale della sede episcopale), all’interno della quale riposa il suo corpo. Il tumulo, coperto da una semplice lapide con fotografia, è meta di numerose visite e luogo di raccoglimento e preghiera.
Dom Helder lascia in eredità alle generazioni future non solo un’immagine di bontà e di amoroso servizio ai poveri e alla Chiesa, ma anche un’enorme quantità di scritti.

Dall'introduzione a "Roma, due del mattino. Lettere dal Concilio Vaticano II", ed. San Paolo, 2008.



14 settembre 2008

17 anni fa - Quando ero laggiù (2)

17 anni. Come passano in fretta 17 anni.

Il 14 settembre del 1991 alle dieci e qualcosa del mattino salivo su un aereo Air France che da Bologna mi avrebbe portata a Parigi; dopo alcune ore nella Ville Lumière, un altro velivolo mi avrebbe portata a Recife.
La sera prima, il 13, avevamo fatto una grande festa con un sacco di amici arrivati un po' da tutta Italia. Molti di loro li ho persi di vista. Mi piace ricordare Marcella venuta apposta da Cagliari, Massimiliano arrivato da Roma, don Gianmario che si presentò da Verona alle 10 di sera con un regalo particolare (una cintura portasoldi, utilissima per trasportare banconote in sicurezza durante i viaggi aerei). In tutto eravamo circa 300, l'amico don Nando aveva celebrato una bellissima messa e poi ci eravamo riuniti tutti nel salone della palestra per mangiare insieme quello che ciascuno aveva portato da condividere (avanzarono ben più delle 7 ceste di evangelica memoria, tanto che i ragazzi del gruppo catechisti si portarono le vettovaglie al ritiro che fecero nel w-end e ci mangiarono due giorni...).
Dopo aver frequentato per 10 anni un'ONG di cooperazione internazionale, gli Amici del Rwanda (ora si chiamano, ci chiamiamo, Amici dei Popoli), dopo essere stata per 4 volte in Rwanda in gruppo, dopo un'esperienza nel nordest brasiliano capitata quasi per caso, era arrivato il momento del gran passo: sarei stata inserita in un progetto di sviluppo promosso da un'altra ONG, il VIS di Roma, e sarei rimasta in Brasile per due anni, con opzione sul terzo. Avevo 28 anni. Lasciavo un lavoro sicuro, un solido gruppo di amici, i miei genitori, un'Italia che ancora sapeva guardare con un po' di speranza al futuro e non era ancora stata travolta dall'onda di tangentopoli e delle sue conseguenze politiche e sociali (Andreotti era Presidente del Consiglio, Berlusconi di Mediaset e del Milan...). Ma non riuscivo a vedere quello che lasciavo. Ero proiettata solo su ciò che mi aspettava.
La mia destinazione era Matriz de Camaragibe, una cittadina incastonata nel mezzo delle piantagioni di canna da zucchero nell'interno dello stato di Alagoas, uno dei più poveri del paese.
"Che coraggio, andare via da sola in quel modo". Ebbene, nessun coraggio perché non avevo paura. Anzi, ero eccitatissima all'idea di dedicare alcuni anni a quell'esperienza. Gli amici con cui ero stata tante volte in Rwanda e con cui avevo condiviso il tempo libero ma anche la crescita, le scelte di vita, gli impegni di volontariato, loro restavano in Italia con le loro famigliole di recentissima formazione. Io "partivo" anche a nome loro.

Atterrai a Recife alle tre del mattino del 15 settembre e trovai ad attendermi don Diego Vanzetta, uno dei tre salesiani della comunità di Matriz de Camaragibe. Pensavo che a quell'ora della notte ci saremmo fermati a dormire presso l'Ispettoria salesiana. di Recife. Mi sbagliavo. Partimmo subito per Matriz e alle quattro e qualcosa del mattino, in una strada deserta in mezzo ai canaviais, forammo una gomma e dovemmo fermarci per sostituirla. Solo in seguito potei rendermi conto di quanto fosse stato pericoloso e forse anche un po' incosciente affrontare tre ore abbondanti di viaggio nel cuore della notte, per quelle strade dissestate e a rischio di assalto. Ma sono qui a raccontarlo, e tanto basta.
Era cominciata l'avventura.

24 giugno 2008

Feliz São João!


Ecco il falò di San Giovanni che ieri sera ha illuminato molte strade e vicoli della piccole e grandi città del Nordest.
Oggi è la giornata centrale delle Festas Juninas e, malgrado il Battista non sia il patrono di Recife, nella mia città di adozione questo giorno viene considerato festivo.
Per chi vuol saperne di più, la pagina di Wikipedia (in portoghese) può essere utile.
Buon San Giovanni a tutti e auguri a chi porta questo bel nome.

21 marzo 2008

Venerdì Santo, tradizioni del Nordest

Oggi è il Venerdì Santo, giorno festivo in Brasile (il lunedì dell'Angelo, invece, è un normale giorno lavorativo).
La tradizione di questa festività ha le sue radici nell'epoca dello schiavismo; per rispetto alla morte di Nostro Signore Gesù Cristo, infatti, il Venerdì Santo era l'unico giorno dell'anno in cui agli schiavi era consentito di non lavorare. Non c'è da stupirsi, quindi, se questa ricorrenza è diventata un giorno di festa.
Nel Nordest sopravvivono ancora molte tradizioni antiche, legate soprattutto alle abitudini alimentari. In primo luogo, il cosiddetto "digiuno" (jejum) viene identificato con l'astinenza dalla carne; non è raro sentirsi fermare da un povero che chiede dei soldi per... fare il digiuno!... cioè per comperare del pesce.
Ma i piatti più tradizionali del venerdì santo nordestino sono costituiti da cibi poverissimi come i fagioli freschi, la pappa di zucca e la famosa (o famigerata?) maniçoba, una pappa verde preparata con le foglie fresche della manioca, dall'aspetto ambiguamente simile a quello degli escrementi bovini...
Questa sera nelle chiese cattoliche sarà realizzata la processione del Cristo Morto, durante la quale una macabra statua di Gesù deposto dalla croce, coperta da un drappo viola, viene portata in giro per le strade con l'accompagnamento di canti e musiche bandistiche.
Anche nelle nostre città dell'Italia centrale e meridionale sopravvivono tradizioni analoghe. Ricordo che in occasione della mia prima Pasqua brasiliana mi venne spontaneo fare il paragone con le cerimonie della Settimana Santa a Castiglion Fiorentino (AR), paese natale di mia madre, e con la processione del Venerdì Santo a cui ebbi occasione di assistere parecchi anni fa a Cascia (PG).
La religiosità popolare cattolica resiste al tempo e crea strani affratellamenti a migliaia di chilometri di distanza...

Approfitto dell'occasione per augurare a tutti quelli che mi leggono, quale che sia il loro credo (o il loro non-credo), una Pasqua serena e una primavera ricca di vita nuova.

Dimenticavo: oggi, 21 marzo, nell'emisfero Sud ha inizio l'autunno...

12 marzo 2008

Buon compleanno, Recife!



Oggi è il 471º compleanno della mia città di adozione, Recife, fondata dai portoghesi nel 1537.
Poggiata sulla foce di due fiumi, il Capibaribe ("fiume dei capivara", gli imponenti roditori che ne popolavano le rive fino a qualche decennio fa) e il Beberibe, che prima di gettarsi nell'Atlantico confluiscono in un dedalo di canali che hanno meritato alla città il titolo di "Venezia del Brasile" - ma forse sarebbe più corretta paragonarla con Amsterdam - vanta bellezze naturali e artistiche, ma soprattutto un popolo ospitale, battagliero, orgoglioso della propria storia e della propria cultura.
Recife fu la culla di numerose rivoluzioni libertarie: dalla battaglia del monte di Guararapes nel 1634, che segnò la fine dell'invasione olandese del Pernambuco, alla guerra dei Mascates, i commercianti, che nel 1710-11 affermarono la vocazione commerciale della città in opposizione all'oligarchia terriera che aveva la sua sede in Olinda; dalle rivolte libertarie dell'800 ispirate ai movimenti europei al ruolo attivo nella resistenza contro la dittatura militare nel ventennio 1964-84.
Recife ospitò la prima Sinagoga delle Americhe, fondata dagli ebrei olandesi nel 1630. Espulsi dal Brasile in seguito alla guerra di Guararapes, si spostarono nell'America del Nord e andarono a rifondare la loro comunità nientemeno che a Nuova Amsterdam, la futura Manhattan nel cuore di New York.
Recife ospita il carnevale più autenticamente popolare del Brasile e il blocco carnevalesco più numeroso del mondo, il Galo da Madrugada, con oltre un milione e mezzo di "foliões".
Recife è il terzo polo sanitario del paese, dopo São Paulo e Rio de Janeiro (anche se purtroppo il sistema sanitario pubblico lascia ancora molto a desiderare).
Recife ospita il più grande Shopping Center dell'America Latina (anche se metà della sua popolazione non può permettersi neanche di metterci piede).
Recife possiede la più lunga strada urbana in linea retta del mondo, l'Avenida Caxangá (anche se la viabilità cittadina soffre ancora di moltissime carenze).
Recife rappresenta uno dei principali poli informatici del Brasile (anche se gli analfabeti digitali sono ancora troppi, soprattutto nelle fasce più povere della popolazione).
Recife ha una spiaggia urbana bene attrezzata e bellissima, Boa Viagem (anche se l'inquinamento, gli squali e la sporcizia lasciata dai bagnanti ne impoveriscono tristemente il fascino).
Recife ha dato i natali, oppure ha ospitato e comunque è stata amata - È amata - da grandi artisti della letteratura del calibro di Manuel Bandeira, João Cabral de Melo Neto, Ariano Suassuna; politici come Joaquim Nabuco, Miguel Arraes, il presidente Lula; intellettuali di prestigio come il mai abbastanza compianto pedagogo Paulo Freire e il grande antropologo Gilberto Freyre; artisti come Francisco Brennand; musicisti come Alceu Valença, Lenine e molti altri.
Recife sarà anche piena di contraddizioni, ma le dichiaro oggi più che mai il mio amore totale e incondizionato.

(si ringrazia Mário Lúcio del Jornal do Commercio per l'ispirazione e per alcune informazioni contenute in questo post)

23 gennaio 2008

Saudade (e altro)

Questa volta tornare a casa è stato più difficile del solito. Sono tormentata dalla saudade, o forse dovrei dire dal banzo, cioè dalla malinconia di casa che colpiva gli schiavi portandoli lentamente alla morte. È pur sempre vero che la mia casa è qui, ma gestire una duplice appartenenza non è mai semplice e non ha soluzione: quando sono qui ho saudade di là, quando sono là ho saudade di qui. Non c'è pace.

La buona notizia di oggi è che il Brasile è migliorato di 27 posizioni nel ranking relativo alla mortalità infantile. Avrete letto sui giornali della pubblicazione del rapporto UNICEF secondo il quale, tristemente, nel mondo sono ancora 20 milioni l'anno i bambini che muoiono prima di aver compiuto i 5 anni di età (26 mila al giorno!).
In Brasile le cose vanno migliorando sensibilmente, in quanto il paese è passato dall'86º al 113º posto (su 196 paesi censiti); rispetto al 1990 l'indice è sceso del 65%, con una flessione più sensibile dal 2004 in qua (nello stesso periodo, la caduta calcolata su base mondiale è stata del 25%).

Speriamo di continuare a ricevere notizie positive come questa, anche se osservando la realtà da vicino non tutto è rose e fiori.
L'altroieri mattina, mentre tornavo dalla spiaggia, ho assistito a una scena per la quale non trovo aggettivi. Un uomo magrissimo era sdraiato sotto il sole fra il marciapiede e la strada, su una via abbastanza trafficata in pieno quartiere di Boa Viagem. Uno spazzino che stava lavorando lì si è subito dato da fare per soccorrerlo, mentre un sacco di gente (in maggioranza ben vestita) si fermava e osservava la scena da lontano. Si è scoperto che l'uomo (dall'apparenza semplice, ma vestito in modo pulito e ordinato) era svenuto dalla fame. Ho fatto un salto al self-service lì vicino e mi sono fatta preparare un contenitore da asporto (meno male che avevo un po' di soldi, di solito vado in spiaggia appena con due spiccioli per bere un'acqua di cocco); sentito l'accaduto, il padrone del ristorante oltre a farmi lo sconto ha aggiunto una bottiglietta di succo d'arancia. Sono tornata sul posto e ho lasciato il pacchetto allo spazzino, che nel frattempo aveva spostato il pover'uomo all'ombra mentre il capannello (che aveva continuato a guardare senza muovere un dito) si era disperso.
La strada da fare è ancora lunga, sia per combattere la fame sia per stimolare un senso di solidarietà più umano e autentico. Non è un caso se l'unica persone che si è fermata a prestare soccorso è stato un umile spazzino.

13 gennaio 2008

Pioggia, viaggi e progetti

Quasi a volersi adattare al mio umore, che oggi non è esattamente dei più brillanti, oggi il cielo mi ha regalato una mattinata piovosa. Anziché in spiaggia, sono andata a fare un po' di acquisti per il mio ritorno in Italia la prossima settimana, così sabato e domenica potrò godermi il mare, tempo permettendo (e anche lunedì 21 al mattino, visto che il mio volo per Lisbona decolla in serata).

Domani alle 5 del mattino imbarco alla volta di Salvador de Bahia, e di lì per Vitória da Conquista; a Vitória mi aspetterà padre Jota, rogazionista, che mi accompagnerà in una piccola città del sertão bahiano che si chiama Presidente Jânio Quadros.
Amici dei Popoli sta appoggiando l'idea di un progetto di Escola-Família Agrícola in quella località, e io andrò a definire gli ultimi dettagli in modo da poter quanto prima presentare la richiesta di finanziamento all'Unione Europea o a qualche altro soggetto preposto all'uopo.
La finalità del progetto è offrire ai giovani della regione una possibilità di formazione medio-superiore in agricoltura di modo che, anziché emigrare verso le grandi città, rimangano in loco e migliorino la produzione agricola locale, con particolare attenzione alle coltivazioni ecosostenibili.
Non so se avrò la possibilità di connettermi da laggiù, ma sono sicura che al mio ritorno avrò molte cose da raccontarvi su una realtà tanto diversa da quella che ho conosciuto in questi anni e in cui ho lavorato.
Rimanete connessi.

24 dicembre 2007

Quando muore un profeta

Dopo alcune settimane in ospedale si è spento ieri, all'età di 83 anni, Dom Aloísio Lorscheider.
Dom Aloísio è stato una delle personalità più brillanti della chiesa brasiliana nel XX Secolo. Nominato vescovo da Giovanni XIII nel 1962, partecipò attivamente ai lavori del Concilio Vaticano II.
Fu presidente della CNBB (la conferenza episcopale brasiliana) dal 1971 al 1979, in un periodo difficile per la storia del paese che si trovava sotto la dittatura militare, regime a cui Dom Aloísio oppose strenua resistenza. Fu arcivescovo di Fortaleza per 22 anni.
Per tutta la vita non venne mai meno all'impegno in difesa dei diritti umani, delle lotte dei lavoratori, della riforma agraria, della ridemocratizzazione del paese, né nascose alcune sue prese di posizione non del tutto ortodosse all'interno della Chiesa, come la sua battaglia in favore dei preti sposati. Subì minacce di morte e ricevette ammonimenti dal Vaticano, ma era molto amato dalla gente. Fu il primo cardinale brasiliano a essere candidato a Papa: Albino Luciani, che poi diventò Giovanni Paolo I, votò per lui a quel conclave e si dice che, se il suo pontificato non fosse stato prematuramente stroncato dalla morte improvvisa, Dom Aloísio sarebbe stato nominato Segretario di Stato (e viene da domandarsi se la nostra chiesa, oggi, non sarebbe diversa...).
Un episodio emblematico merita di essere raccontato.
Nel 1994, mentre era in visita al carcere di Fortaleza, scoppiò una rivolta e Dom Aloísio fu preso come ostaggio insieme ad altri. Chiese immediatamente ai detenuti ribelli di essere liberato per ultimo e così fu, 18 ore dopo. Rispondendo a un deputato che invocava la pena di morte per i ribelli, Dom Aloísio rispose: "Farebbe bene a passare una decina di giorni in quel carcere. Sono sicuro che anche lei si metterebbe a lottare in favore della loro libertà". Meno di un mese dopo sui giornali locali troneggiava la foto di Dom Aloísio che, il Giovedì Santo, era tornato in quel carcere per celebrare la cerimonia della lavanda dei piedi insieme ai detenuti.
Quando muore un profeta il mondo diventa un po' più povero. Ma ricordarne le azioni ci arricchisce e ci dà la forza di sperare contro ogni speranza in un mondo diverso.
Anche questo è Natale.
Auguri a tutti.

23 novembre 2007

Matriz de Camaragibe (2)



Matriz de Camaragibe: dovendone tradurre il nome in italiano, potrebbe chiamarsi "Pieve del Camaragibe". Si trova qui, sulle sponde del rio Camaragibe, una delle chiese più antiche della regione, dedicata al Signor Buon Gesù. La sua costruzione ebbe inizio nel 1686 e terminò nel 1700. Intorno alla chiesa ebbe luogo il primo popolamento della città.
L'attuale città di Matriz fu donata al Signor Buon Gesù dal capitano José de Barros Pimentel (che l'aveva ricevuta dalla sorella, Dona Brites Pimentel) come ringraziamento per alcune spedizioni militari andate a buon fine, probabilmente contro gli schiavi fuggitivi rifugiati nei Quilombos della regione. La parte di terreno donata al Signor Buon Gesù (nel concreto, alla Chiesa) fu chiamata "Ilha" cioè Isola, perché durante i periodi di alluvione era l'unico pezzo di terra che emergeva dalle acque tutt'intorno. All'epoca questo appezzamento aveva un unico abitante, di nome Gonçalo Moreira.
Il Signor Buon Gesù, la cui ricorrenza si festeggia il 1º gennaio, altri non è che il Bambin Gesù.
Nella nicchia della chiesa, tuttavia, si vedono due statue del bambinello; non di rado le persone che non conoscono la storia si convincono che si tratti dei santi Cosme e Damiano. In realtà, quando nell'800 la statua "titolare" (con fama di essere miracolosa) fu mandata a Salvador per una riparazione, fu provvisoriamente sostituita con una copia. Ma anche questa seconda immagine conquistò ben presto la fama di essere foriera di miracoli. Così, quando parecchio tempo dopo (mesi? anni?) la statua principale ritornò al suo posto, i fedeli non vollero rimuovere la copia. Da allora le due statue troneggiano insieme, "o Bom Jesus e o Companheiro" (il Buon Gesù e il suo Compagno).
L'unico caso nella storia in cui il Figlio Unigenito di Dio ha un fratello gemello...