28 dicembre 2009

Monte Castello

Sta per terminare lo sceneggiato brasiliano "Vento di passione", trasmesso da Rai Tre dall'una alle due del pomeriggio. Ho trovato molto interessanti le ricostruzioni, fatte a partire da filmati originali d'epoca, della partecipazione della FEB (Força Expedicionária Brasileira) alla seconda guerra mondiale, a fianco delle truppe alleate. 
I soldati brasiliani hanno combattutto proprio qui, sulla linea gotica, a pochi chilometri da Bologna e per l'esattezza in quella fetta di appennino tosco-emiliano a cavallo fra Bologna, Modena e Pistoia. Eppure i nostri libri di storia non ne parlano. Io l'ho scoperto nel 1993, due anni dopo il mio arrivo in Brasile, grazie a un ragazzino della comunità appassionato di storia e che venne a chiedere proprio a me informazioni sulla battaglia di Monte Castello. Prima di allora non ne avevo mai sentito parlare, eppure a Gaggio Montano - ed esattamente dalle parti della frazione di Bombiana - da ragazza c'ero stata decine di volte perché ci abitava il nonno di un mio carissimo amico. Spesso, soprattutto d'estate, si andava lassù a prendere il fresco. Ora c'è un monumento ai caduti, una scultura moderna formata da due semicerchi che rappresentano le scie degli aerei e che, visti dall'alto, disegnano una croce.





Nelle varie battaglie combattute accanto alle truppe americane, ma anche alle nostre brigate partigiane, l'esercito brasiliano ha perduto quasi 500 soldati che sono stati seppelliti nel cimitero militare di Pistoia. Nel 1960 i corpi sono stati traslati a Rio de Janeiro, dove riposano nella spianata di Flamengo.





Il vecchio cimitero militare brasiliano di Pistoia è diventato un monumento alla memoria. Si trova nell'estrema periferia della città, vicino alla zona industriale, e purtroppo la segnaletica è scarsa. Ci sono stata in visita nel luglio scorso in un pomeriggio torrido, purtroppo la fotografia non è venuta molto bene ma rende l'idea delle dimensioni e della maestosità del memoriale.





Ecco come da uno sceneggiato televisivo si può arrivare a sapere qualcosa di più sulla storia di un paese e di un popolo, e a capire che i motivi per cui i nostri due popoli sono così legati non si limitano ai soliti stereotipi ma possono spingersi molto più in là.


Per chi volesse saperne di più, con un clic sul titolo di questo post visiterete la pagina di Wikipedia (in italiano) dedicata alla spedizione della FEB in Italia.

24 dicembre 2009

19 dicembre 2009

Ana Carolina




Trancado
(Ana Carolina)

Eu tranco a porta
pra todas as mentiras
e a verdade também está lá fora.
Agora a porta está trancada.
A porta fechada me lembra você a toda hora.
A hora me lembra o tempo que se perdeu.
Perder é não ter a bússola
é não ter aquilo que era seu.
E o que você quer? Orientação?
Eu tranco a porta
pra todos os gritos
e o silêncio também está lá fora.
Agora a porta está trancada.
Eu pulo as janelas.
Será que eu estou trancado aqui dentro?
Será que você está trancado lá fora?
Será que eu ainda te desoriento?
Será que as perguntas são certas?
Então eu me tranco em você
e deixo as portas abertas.

Sbarrato

Io sbarro la porta
a tutte le menzogne
e anche la verità resta fuori.
Ora la porta è sbarrata.

La porta chiusa mi ricorda te in ogni momento.
Il momento mi ricorda il tempo che si è perduto.
Perdere è non avere la bussola,
è non avere quello che era tuo.
E cos'è che vuoi? Orientamento?

Io sbarro la porta
a tutte le grida
e anche il silenzio resta fuori.
Ora la porta è sbarrata.

Io salto finestre.
Sarà che io sono imprigionato qui dentro?
Sarà che tu sei imprigionato là fuori?
Sarà che ancora ti disoriento?
Sarà che le domande sono giuste?

Allora mi imprigiono in te
e lascio le porte aperte.

(e se provate a cantarla in italiano, ci sta)

16 dicembre 2009

Un pizzico di autoreferenzialità

Chi si loda s'imbroda, ma a volte un pizzico di autoreferenzialità non guasta. Oggi parlerò di questo blog e di tre piccoli riconoscimenti che ha ricevuto.
Il primo. Un motore di ricerca per blog e news, Wikio, stila la classifica dei blog più cliccati. Qualche mese fa mi avvisarono che Brasil, meu amor era al 150º posto nella categoria "Internazionale" e mi invitarono a inserire il loro bannerino (lo vedete qui a destra, è la bandierina azzurra). Ebbene, qualche giorno fa mi sono ritrovata al 33º posto. Magari fra un mese o due ripiomberò nell'oblio, ma sapere che il mio blog riceve visite e apprezzamenti è una piccola soddisfazione.
Il secondo. Ricordate il post di qualche settimana fa a proposito dell'uso improprio del termine portoghese viado? Ebbene, un lettore a me sconosciuto ha segnalato la cosa alla Zanichelli che, in seguito alle osservazioni riportate, modificherà l'etimologia della parola nello Zingarelli 2011.
Il terzo. L'amica scrittrice Morena Fanti aveva chiesto ai suoi contatti di inviarle auguri di Natale in forma artistica, così mi sono permessa di segnalarle la poesia di Edson Marques da me tradotta qualche anno fa e riportata anche su questo blog. E oggi lei l'ha pubblicata nel suo.
Insomma, ogni volta che penso di mollare per stanchezza mi arrivano dei segnali che dicono, indirettamente, che questo blog deve sopravvivere...

03 dicembre 2009

Corsi di portoghese a Bologna (lavori in corso)

Stiamo preparando i nuovi corsi primaverili di "lingua e cultura brasiliana" presso il Circolo ARCI Benassi di Bologna (Viale Cavina 5, uscita 12 Tangenziale, nei pressi dell'Osp. Bellaria).
Per quanto riguarda il primo modulo, rivolto a principianti e falsi principianti, le lezioni avranno inizio a marzo e termineranno a maggio per un totale di 12 incontri di 90 minuti, il mercoledì dalle 19 alle 20,30. Il secondo modulo, riservato a coloro che hanno già frequentato il primo, si terrà sempre al mercoledì ma dalle 21 alle 22,30.
Rimanete connessi oppure scrivetemi per avere ulteriori informazioni ed eventualmente lasciare il vostro nominativo a titolo di preiscrizione: i posti sono limitati e avranno la precedenza i primi arrivati.

01 dicembre 2009

Si allunga l'aspettativa di vita per i brasiliani

Stando ai dati divulgati oggi dall'IBGE (Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística), in Brasile l'aspettativa di vita alla nascita è cresciuta, nell'ultimo decennio, di oltre tre anni. Si è passati infatti dai 69,66 anni del 1998 ai 72,86 del 2008. Rimane sempre molto più alta l'aspettativa di vita per le donne, pari a 76,71 anni, mentre gli uomini sono ancora fermi a 69,11.

Siamo ancora lontani dai valori europei (75 anni e mezzo per gli uomini e 82 per le donne) ma questi dati sono incoraggianti, soprattutto se affiancati a quelli della mortalità infantile che è crollata da 100 a 23,30 per mille nati vivi, sempre prendendo in considerazione lo stesso periodo di tempo (1998-2008).

Più drammatiche le statistiche se andiamo a osservare la mortalità giovanile per cause esterne: se si considerano i giovani di età compresa fra 20 e 24 anni, infatti, per ogni donna morta per cause violente si contano ben 9 uomini. Se poi consideriamo la fascia compresa fra 15 e 24 anni, scopriamo che due giovani di sesso maschile su tre, in Brasile, muoiono per cause esterne come la violenza urbana, gli omicidi, gli incidenti stradali.

Ricordo nitidamente che una decina d'anni fa questi ultimi dati erano altrettanto sconvolgenti, soprattutto per quanto riguardava le grandi metropoli come Rio, S. Paulo, Belo Horizonte, Recife, Salvador. A partire dai dati demografici possiamo azzardare analisi sulla società nel suo insieme, e quindi affermare senza timore di essere smentiti che, mentre le condizioni generali di vita (alimentazione e salute in primo luogo) stanno progressivamente e visibilmente migliorando, a ciò non corrisponde una diminuzione della violenza umana.

Così, anche quella che sembrava una buona notizia viene tinta da una nota di amarezza e dalla constatazione che ci vuole ben altro che cibo e salute per rendere gli esseri umani più "persone".
Bisogna agire di più sulla cultura, sull'educazione, sulla civiltà, sulla tolleranza, sulla risoluzione non violenta dei conflitti, sull'assunzione di responsabilità individuale e collettiva. Il Brasile ha bisogno, oggi più che mai, di profeti della non violenza come Dom Helder Camara, Paulo Freire, Betinho, giusto per citare le personalità più illustri che il Brasile abbia prodotto nel XX secolo.
Speriamo davvero che anche le nuove generazioni sappiano partorire grandi pensatori che aiutino a ricostruire un tessuto sociale pacifico, rispettando il codice genetico di questo grande popolo, da sempre portatore sano di tolleranza e accoglienza.

21 novembre 2009

"Viado, ma de che?" - Riflessione sul linguaggio dedicata a Brenda

Il post che segue è stato pubblicato su facebook sotto forma di nota. È dedicato a Brenda, la transessuale brasiliana trovata morta a Roma ieri mattina.

Dopo il mio status di questa mattina a proposito dell'uso inconsulto, in italiano, del termine "viado" (ricopio: Sandra Biondo informa gli amici giornalisti, scrittori e commentatori vari che il termine "viado", che viene usato con tanta disinvoltura, in portoghese è volgarissimo. Cosa direste se in un articolo di giornale straniero trovaste parole come "frocio", "ricchione" o "busone"? Se vogliamo usare la lingua degli altri, almeno facciamolo bene) si è sviluppata una discussione interessante prima sulla mia bacheca, poi sulla lista dei traduttori brasiliani di cui faccio parte.

Si diceva, nei commenti allo status, che la parola giusta sarebbe VEADO con la E e non VIADO con la I.

Oltre a essere un termine abbastanza volgare, quindi, è stato riportato nella nostra lingua con la grafia scorretta, semplicemente per omofonia (le due parole si pronunciano infatti allo stesso modo). Si diceva anche che il primo significato di VEADO è cervo, il secondo è "omosessuale di sesso maschile" (e non travestito o transessuale, che è invece il significato che ha preso da noi e che viene applicato unicamente a brasiliani o al massimo sudamericani).

Ora, cos'ha a che vedere il cervo con il gay? Ecco le interessanti spiegazioni che mi ha fornito il collega Erik Borten di São Paulo, che riporto e traduco.

22/06/2006 - L'origine del termine "viado"

Secondo l'antropologo Luiz Mott, del Grupo Gay da Bahia, le possibili origini dell'espressione "viado" o "veado" usata per designare gli omosessuali sono molteplici. Solo in Brasile si associa il gay al cervo, che viene solitamente abbinato a un'immagine maschia e nobile e, in altri paesi, riportato su stemmi e bandiere.

L'utilizzo di questa parola per riferirsi ai gay risale agli inizi del XX secolo e all'inizio veniva usato unicamente per definire il pederasta passivo.

Alcune ipotesi su questo termine (fonti: Green, Trevisan, Mott, Fry & MacRae)

1) All'inizio del XX secolo, a Rio de Janeiro, i gay che fuggivano dalla polizia dovevano correre come dei cervi.

2) Una marca di sigarette, intorno agli anni 20, riportava stampata la figura di un cervo talmente esuberante ed effeminato che per analogia si è iniziato a usare questo termine per identificare i gay più appariscenti.

3) Derivazione di "transviado", "desviado" (N.d.T.: deviato, come supponeva Simonelli)

4) Animale che passa la maggior parte dell'anno in comunità composte unicamente da maschi e cerca le femmine solo nella stagione dell'estro, mentre i maschi si accoppiano fra di loro per il resto del tempo.

5) Per influenza di Bambi di Walt Disney.

6) Perché è un animale elegante e che cammina saltellando, come certi omosessuali.

7) Alcune specie di cervi hanno dei peli bianchi intorno all'ano e questa parte del corpo sempre in vista colpisce l'attenzione.

8) Per associazione erudita al latinismo "venatus", cacciagione.

Quanto ai punti 4) e 5) un altro collega, Hélio de Mello Filho, conferma:

il cervo è un animale delicato, elegante, fragile (almeno in apparenza), saltella qua e là, e queste caratteristiche vengono attribuite agli omosessuali maschi (sì, è uno stereotipo, e oggigiorno anche irreale, visto che ci sono diversi termini per definire diversi "tipi" di omosessuale). Io faccio il tifo per il São Paulo, che è considerata la squadra delle élite, dei figli di papà e dei finocchietti: il soprannome che viene dato ai sanpaolini è "bambi", per lo stesso motivo.

Infine, quanto suggerito dalla collega ed esimia italianista Ivone Benedetti ci invita ad altre, più profonde riflessioni. Ivone mi dice: Sandra, quando nel 1998 vidi per la prima volta la parola sul De Mauro, con la definizione

travestito o transessuale di origine brasiliana o genericamente sudamericana, che si prostituisce

sono rimasta costernata nel percepire che già nel 1989 (data in cui il De Mauro attesta l'ingresso della parola nella lingua italiana) eravamo già implicati in una migrazione così infelice, frutto della grave crisi sociale che stava devastando il Brasile dalla fine degli anni 70.

È così che dall'analisi dell'etimologia sui dizionari riusciamo a trarre tante lezioni su cose che apparentemente non hanno niente a che vedere con la filologia.

19 novembre 2009

Asilo o estradizione? Il caso Battisti














E quindi, finalmente, il Supremo Tribunal Federal si è espresso a favore dell'estradizione di Cesare Battisti. La motivazione che ha spinto il presidente del STF Gilmar Mendes (nella foto con il Presidente Lula) a votare a favore, sbloccando il "pareggio" di 3 voti a 3, è che gli omicidi commessi da Battisti sono da considerare crimini comuni e quindi non sussiste per lui il diritto a richiedere lo status di rifugiato politico.
È stato sempre il STF a decidere che l'ultima parola spetterà comunque al Presidente della Repubblica. A questo punto però è escluso che Battisti possa essere considerato rifugiato politico, viste le motivazioni della sentenza: Lula potrà decidere per la non estradizione solo adducendo altre motivazioni, come per esempio il fatto che il fuggitivo deve rispondere a un processo per documenti falsi a Rio de Janeiro (!), oppure le ragioni umanitarie.
[Parentesi quadra. Sui blog brasiliani si è parlato in questi giorni del caso Cucchi, con commenti del tipo "nelle prigioni italiane si pratica la tortura". C'è poco da sorprendersi se qualcuno si appellerà alle ragioni umanitarie. Chiusa parentesi quadra]
In realtà, il caso Battisti non è un semplice caso giudiziario. È in primo luogo un caso politico e diplomatico. Sono in gioco i rapporti di forza fra Brasile e Italia, e forse addirittura fra Brasile ed Europa.
Il Presidente Lula potrebbe voler riaffermare l'assoluta sovranità del proprio paese, e rifiutare l'estradizione potrebbe diventare un gesto simbolico in quella direzione.
Non possiamo dimenticare che alcuni anni fa l'Italia non concesse l'estradizione al banchiere brasiliano Salvatore Cacciola, responsabile di un crac di 500 milioni di dollari, che nel 2000 si era rifugiato nel nostro paese dove faceva - letteralmente - la bella vita. La motivazione addotta era che Cacciola è cittadino italiano (nato a Milano, emigrò coi genitori quando era bambino, pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra), e così ci ritrovammo a difendere un filibustiere che aveva lasciato sul lastrico numerosi investitori brasiliani. L'Interpol riuscì a catturarlo durante un suo viaggio nel Principato di Monaco, e solo così poté essere riportato in Brasile (2008) e scontare la pena per cui era stato condannato.
Il caso Battisti potrebbe rappresentare una specie di rivincita diplomatica del paese sudamericano nei confronti del nostro paese, in un momento nel quale l'Italia attraversa una crisi economica e sociale senza precedenti negli ultimi 50 anni, mentre il Brasile si proietta sul panorama internazionale come decima potenza economica mondiale, nemmeno più considerata "emergente".
Qualche giorno fa Lula è stato in Italia per la rinuone della FAO e ha incontrato Silvio Berlusconi, poi a Brasilia ha incontrato Massimo D'Alema, fino a poche ore fa ministro degli esteri dell'UE "in pectore". Avranno parlato anche di questo caso, e senza alcun dubbio Lula ha già preso la sua decisione. Siamo curiosi di sapere se sceglierà la linea della giustizia o quella dello scontro diplomatico. E in questo secondo caso, quali saranno le motivazioni con cui giustificherà tale scelta.

31 ottobre 2009

Chiedete, e vi sarà dato (la parola ai lettori)

Sto passando un brutto momento personale e, malgrado ci siano molte notizie sul Brasile che meriterebbero un commento, mi manca l'energia interiore necessaria a scegliere gli argomenti, riflettere e soprattutto scrivere un testo coerente e decente.
Tuttavia, poiché mi dispiacerebbe lasciare il blog completamente inattivo, questa mattina mi è venuta un'idea bislacca che sottopongo ai miei lettori abituali e occasionali.

Voi che ogni tanto navigate fra queste pagine; voi che amate il Brasile; anche tu che capiti qui per caso perché stavi cercando informazioni su Terra Nostra o Vento di Passioni, o che su Google hai digitato qualcosa che ti ha condotto fin qui; voi che arrivate da "Americas" del Corriere della Sera o che fate clic dal blog di un amico, da facebook e da aNobii: avete qualche domanda da fare? C'è qualcosa su cui mi volete interrogare, che suscita il vostro interesse o la vostra curiosità? C'è qualche argomento che vorreste veder trattato su questo blog?
Lasciate un commento in coda a questo post e cercherò di rispondere a domande, stimoli e magari anche provocazioni.

So di correre un rischio, e cioè che nessuno risponda all'appello (o che scrivano qualcosa "i soliti noti", per amicizia più che per vero interesse).
Non me ne faccio un cruccio, in fondo si tratta solo di un esperimento senza pretese. La cosa peggiore che può capitare è che il blog resti per qualche settimana in quieto stand by, aspettando tempi migliori.

Ma se qualcuno ha qualcosa da dire, questo è il momento giusto...

14 ottobre 2009

E dopo "Terra Nostra", ecco "Vento di Passione"

Sbarca su Rai Tre "Vento di Passione", o forse dovremmo dire "Aquarela do Brasil", titolo originale di questa miniserie in 60 puntate trasmessa dalla TV Globo in terza serata da agosto a dicembre 2000.
La vicenda si svolge nel conturbato periodo della seconda guerra mondiale, dopo che il Brasile era passato da una politica filo-fascista all'alleanza con gli Stati Uniti d'America, cui avrebbe fornito acciaio per la produzione di armi in cambio della costruzione di fabbriche e centrali idroelettriche.
Non ho assistito a questo sceneggiato quindi non so dire molto di più delle informazioni reperite in rete. La protagonista è la bellissima Maria Fernanda Candido, la Paola di Terra Nostra, che interpreta Isaura Galvão, una giovane donna dell'entroterra di Rio de Janeiro che decide di dedicarsi alla canzone. Due uomini se la contenderanno: il capitano dell'esercito Hélio Aguiar (interpretato da Edson Celulari) e il pianista Mário Lopes (interpretato da Thiago Lacerda, il Matteo di Terra Nostra). Tutta la vicenda dovrebbe ruotare intorno alle vicende della Seconda Guerra, compresi la spedizione brasiliana in Italia, i drammi dell'Olocausto e la fuga in Brasile degli ebrei scampati ai campi di concentramento.
Per chi ne ha tempo e voglia, ecco un'occasione, per quanto edulcorata e semplificata, di venire a conoscenza di un periodo particolare della storia brasiliana del XX secolo.
Buona visione!

11 ottobre 2009

Il Brasile e i biocombustibili

Ieri pomeriggio ho partecipato, in veste di interprete, a un seminario sui biocarburanti a cui partecipava, fra gli altri, un esperto brasiliano, Gerlado Arcoverde. Arcoverde fa parte del coordinamento di un interessantissimo progetto finanziato dal governo italiano e promosso da un gruppo di organizzazioni fra cui il GVC di Bologna e la FETRAF (Federazione dei lavoratori in agricoltura familiare) dello stato del Minas Gerais.
Prima di parlare nello specifico della situazione brasiliana, è importante evidenziare un punto cruciale della questione, ben espresso dal titolo del seminario: "Biocarburanti o agrocarburanti? Una questione non solo di parole. Sostenibilità dei nuovi modelli energetici". Ogni volta che interpreto a un convegno, porto a casa almeno un'idea nuova, un pensiero su cui non mi ero mai soffermata prima, una nuova conoscenza che entra a far parte del mio bagaglio. Questa volta, per l'appunto, il fatto che la questione dei biocombustibili non è un problema che riguardi prima di tutto gli equilibri energetici, bensì i modelli di agricoltura attualmente vigenti nel mondo. Purtroppo ci vorrebbe troppo tempo per sviscerare il tema in questa sede, ma si tratta veramente di un concetto cruciale a cui anche noi europei dovremmo iniziare a pensare, soprattutto in considerazione del fatto che la nostra agricoltura è in crisi ormai da decenni.
Per quanto riguarda il Brasile, è fuori discussione che oggi sia uno dei principali produttori di biocombustibili al mondo; già dagli anni '70, ai tempi del famoso piano pro-alcol che vide comparire sulla scena mondiale le prime automobili mosse a etanolo, ricopre un ruolo di protagonista. Dopo una forte crisi del settore negli anni '80, oggi ha ripreso alla grande la produzione ed esportazione di etanolo per autotrazione; i motori cosiddetti "flexi", cioè a doppia alimentazione benzina/alcol, rappresentano attualmente il 92% delle nuove immatricolazioni nel paese.
Ma la produzione di etanolo è una produzione su scala industriale che dipende in buona parte degli immensi latifondi di canna da zucchero presenti soprattutto nello stato di São Paulo e nel Nordest, nella regione degli stati del Pernambuco e di Alagoas. Le condizioni dei lavoratori della canna sono fra le peggiori al mondo in termini salariali e di salubrità del lavoro, soprattutto nello sfruttatissimo e poverissimo Nordest. Inoltre, date le dimensioni dei latifondi e la disponibilità di terre disponibili, non è pensabile che il Brasile possa incrementare oltre il 50% la sua produzione di etanolo da autotrazione senza conseguenze sulla sicurezza alimentare.
La grande novità, pertanto, giunge dal biodiesel, cioè dagli olii prodotti a partire dai semi di alcune piante. Il progetto presentato da Arcoverde riguarda 3000 famiglie di agricoltori dello stato del Minas Gerais che coltiveranno piante oleaginose a questo scopo, e contemporaneamente riserveranno il 50% dei loro terreni alla coltivazione di prodotti per l'alimentazione umana. La trasformazione delle sementi in olii sarà realizzata in loco tramite un processo produttivo che recupera anche gusci e altri cascami in generale, al fine di produrre energia per alimentare l'impianto (garantendo così, anche se parzialmente, la sostenibilità energetica della struttura), fertilizzanti naturali per riporre carbonio e altre sostanze nel terreno coltivato, infine materia prima (fibre e truciolati) per la produzione di artigianato. Allo scopo di incrementare la produzione, saranno stipulate convenzioni col governo dello Stato del Minas Gerais per il recupero, a titolo di comodato gratuito, di alcune terre degradate e attualmente non utilizzate. Si tratta insomma di un progetto pilota per una nuova agricoltura familiare, sostenibile, che garantisca al tempo stesso la sicurezza alimentare della comunità in esso coinvolta, ma anche la partecipazione a processi produttivi decisamente innovativi e sostenibili dal punto di vista ambientale ed energetico.
Vale la pena di ricordare che il governo Lula ha emesso una legge che vincola la società nazionale che gestirà la produzione di biodiesel ad acquistare almeno il 30% della materia prima dai piccoli produttori familiari. Un'azione concreta del governo in favore di quel nuovo modello di agricoltura di cui parlavamo poc'anzi.
Penso di essere andata fin troppo per le lunghe con questo post, ma l'argomento è importante.
Se qualcuno fosse interessato ad approfondire, può andare a leggere questo articolo sul sito gestito dal Consolato del Brasile a Milano, oppure quest'altro articolo che approfondisce il discorso sul nuovo modello di agricoltura alla base del progetto del GVC.

02 ottobre 2009

È Rio! Al Brasile le Olimpiadi del 2016


Le agenzie hanno battuto la notizia da pochi minuti: Rio de Janeiro è stata scelta dal CIO per ospitare le Olimpiadi del 2016.
"Siamo gli unici, fra le dieci economie più grandi del mondo, a non aver mai ospitato un'Olimpiade", aveva detto il presidente Lula. "Per gli altri si tratterebbe semplicemente di un'Olimpiade in più, per noi sarà un'occasione senza pari (...). Questa candidatura non è solo nostra, ma di tutta l'America del Sud. Un continente che non ha mai ospitato un'Olimpiade. È arrivato il momento di correggere questo errore".
Una grande vittoria per Lula, quindi, per tutto il Brasile e per tutto il Sudamerica.
Il progetto presentato da Rio era il più caro fra i quattro finalisti. La previsione di spesa è di 14,42 miliardi di dollari, contro i 4,82 di Chicago, i 6,13 di Madrid e i 6,8 di Tokio.
Saranno sfruttati 19 degli spazi eretti in occasione del Panamericano del 2007, e altri 11 saranno costruiti ex-novo.
Non dimentichiamo che il Brasile insedierà, solo due anni prima della competizione olimpica, anche la Coppa del Mondo di Calcio (Brasil 2014).
Insomma, il paese salta prepotentemente agli onori della cronaca. Non si tratta solo di sport, di proiezione internazionale, di prestigio: si tratta di un giro di denaro impressionante, posti di lavoro, turisti, una sfida veramente grande che implica anche numerosi rischi, primi fra tutti la sicurezza (degli atleti e degli ospiti) e gli appalti milionari (noi italiani ne sappiamo qualcosa, siamo maestri nell'arte dell'arricchimento illecito).
Credo però che questo sia il momento della gioia. È un grande, grandissimo successo che merita di essere celebrato. Caipirinha per tutti!

14 settembre 2009

18 anni e non sentirli

Ogni anno in questi giorni ricordo il mio trasferimento in Brasile (vedi post di un anno fa).
Questa mattina ho messo uno "status" su facebook per commemorare il 18° anniversario del mio viaggio di andata e ho ricevuto alcuni commenti, fra cui quello dell'amico Benedetto Z. che osserva: "Io ancora non capisco come tu faccia a rimanere qui! Proprio non lo capisco!".
Condivido anche con i lettori del blog la risposta che gli ho dato:

@Ben, a un certo punto della vita bisogna decidere dove si vuole invecchiare. Io ho scelto di tornare dalla mia gente (famiglia, ma non solo) e non mi sono pentita. È come una lunga relazione amorosa che si trasforma in una grande, eterna amicizia: non c'è più spazio per la convivenza, ma una certa forma di amore rimane per sempre.

A volte mi capita di incontrare dei brasiliani che vivono in Italia e parlano malissimo del nostro paese, esaltando il loro come se fosse il paradiso in terra. Allo stesso modo, mi è capitato di incontrare italiani residenti in Brasile (o rientrati dopo un lungo periodo trascorso laggiù) che dicono peste e corna del loro paese d'adozione e dei suoi abitanti. Infine, ci sono tutti quelli che, diametralmente all'opposto di queste prime due categorie di persone, disprezzano il proprio paese ed esaltano la nazione straniera che li ospita.

Io ci ho messo qualche anno a raggiungere un equilibrio. Il paradiso in terra non esiste, così come non esiste un "popolo" migliore di un altro. Ci sono luoghi diversi e persone diverse, con le loro qualità e i loro difetti. Non è il caso di fare classifiche di merito, a chi mi parla della bellezza delle spiagge brasiliane risponderò con il patrimonio artistico italiano; a chi mi parla della scuola pubblica gratuita italiana (ancora di eccellente livello, malgrado lo scempio della Gelmini e di alcuni suoi predecessori) risponderò con la vivacità delle metodologie educative brasiliane; e così via fino a esaurimento degli argomenti, opponendo a ogni esaltazione o critica di un paese la presenza di qualcosa di equivalente nell'altro.

Amo l'Italia e amo anche il Brasile, ne conosco pregi e difetti e cerco di superare le visioni troppo superficiali e gli stereotipi che affliggono entrambi i paesi. Mi permetto solo di aggiungere che una valutazione più equilibrata si può fare solo vivendoci. Una cosa è andarci in ferie o passarci 6 mesi, un anno. Altro è viverci in pianta stabile.

No, non esiste il paradiso in terra.
Semplicemente, ciascuno fa la propria scelta in base a priorità che non possono essere misurate a partire da criteri oggettivi. L'importante è scegliere con consapevolezza e saper affrontare i pro e i contro che si presentano sempre.
Per quanto mi riguarda, mai pentita di essermi trasferita là, mai pentita di essere rientrata...

01 settembre 2009

Sta nascendo il Brasile saudita?

Laggo su Latinoamerica di Gianni Minà , copio e incollo.

STA NASCENDO IL BRASILE SAUDITA?


Gennaro Carotenuto
(01 settembre 2009)

Il Brasile sta scoprendo immensi giacimenti di petrolio. Sono così importanti che potrebbero portare il paese al quinto posto al mondo per riserve e da far slittare in secondo piano i biocombustibili che solo fino a un paio d’anni fa erano una priorità per la politica energetica nazionale. Nasce così il Brasile saudita, una nuova grande potenza petrolifera tanto che per il presidente Lula, che ne ha parlato ieri alla nazione, i risultati delle introspezioni petrolifere sono così importanti da rappresentare “un nuovo giorno dell’indipendenza nazionale” dove dovrà essere lo Stato a controllare queste risorse.
Da due anni il mare brasiliano non smette di rivelare sorprese. Al sud del paese, sotto uno spesso strato di sale che in qualche punto arriva a 2.000 metri e a 7.000 metri di profondità sotto l’Oceano, in una fascia di 800 km quadrati al largo degli stati di Espíritu Santo e Santa Catarina, si trovano giacimenti immensi. Così grandi da moltiplicare fino a sette volte le riserve brasiliane facendole passare da 14 a oltre 90 miliardi di barili trasformando il paese in una potenza petrolifera di prim’ordine, forse la quinta per riserve dopo Arabia Saudita, Iran, Iraq e Kuwait, e su livelli paragonabili a Emirati Arabi, Russia e Venezuela.
È una scoperta che appare così importante da cambiare completamente il futuro non solo energetico del paese, risvegliare appetiti e pericoli, ma soprattutto speranze. E così ieri, lunedì, il presidente Lula ha preso la parola aprendo le danze che dovrebbero portare in tempi brevi ad una legge che nelle intenzioni del governo attribuisca allo Stato il pieno controllo sul petrolio e ridistribuisca le enormi ricchezze in arrivo tra tutti gli stati del paese per far sì che il petrolio sia “una grazia di dio che migliori le condizioni di vita di tutti i brasiliani investendo il ricavato in tre assi fondamentali, educazione, scienza e tecnologia, oltre che nella lotta allo sradicamento della povertà”.
Ancora per il presidente “il petrolio può rappresentare una nuova rivoluzione industriale dove il Brasile non vuole esportare greggio ma convertirsi in una delle più importanti potenze petrolchimiche del pianeta”. Un’alba di un nuovo giorno per il Brasile per un presidente che getta il petrolio sul piatto della campagna elettorale per designare chi gli succederà. Lula vuol fare apparire chiaro che solo la continuità del governo del PT (partito dei lavoratori) che candida una donna, Dilma Rousseff, può garantire un effettivo progresso redistributivo contro i molti vampiri. Tra questi vi sono i governatori degli stati al largo dei quali il petrolio si trova, che non accettano di dividere le ricchezze e quelli che il presidente ha definito “gli adoratori del dio mercato”, terrorizzati dal fatto che il petrolio possa essere utilizzato in beneficio di tutti i brasiliani.

fonte www.gennarocarotenuto.it

24 agosto 2009

Corso di portoghese brasiliano a Bologna


A settembre partono due nuovi corsi di lingua e cultura brasiliana a Bologna: uno rivolto ai nuovi iscritti, uno di secondo livello per chi ha già frequentato il primo livello negli anni scorsi.
Il modulo è leggermente cambiato: solo 12 incontri (3 mesi). Probabilmente, se vi saranno richieste, a marzo proporremo un ulteriore corso principianti.
Fare clic sul volantino per ingrandirlo.

07 agosto 2009

Sempre sull'influenza suina


Il quotidiano O Globo informa che il Brasile, con i suoi 140 decessi alla data di oggi, conta già il 12% del totale dei morti per influenza suina, piazzandosi al quarto posto dopo gli Stati Uniti (353), l'Argentina (337) e il Messico (146).
Allarmismo o pericolo reale? Si fa un gran parlare dei famosi farmaci antivirali, fra cui il Tamiflu. Sembra che, assunto entro tre giorni dal manifestarsi dell'influenza, abbia effetti portentosi. Ma c'è anche chi insinua inquietanti "teorie del complotto" da parte delle case farmaceutiche che producono il Tamiflu e gli altri antivirali, nonché i laboratori di produzione dei vaccini.
Ma chi muore, e perché? Sono solo le categorie a rischio di cui si parlava nel post precedente a essere vulnerabili, o ci sono altri fattori in gioco, tipo la povertà, l'insalubrità delle abitazioni e delle condizioni di vita, la malnutrizione? Chi muore proviene da tutti i quartieri, dai quartieri alti e di classe media oppure dalle favelas, dove fra l'altro è difficile fare una diagnosi precoce? Molte domande restano senza risposta, almeno per ora.
E' difficilissimo raccogliere informazioni attendibili e obiettive. L'unica cosa che possiamo fare è riferire la freddezza dei numeri, e questi non lasciano dubbi: in Brasile la pandemia si sta scatenando per davvero, e qualcuno ci lascia le penne.

06 agosto 2009

Influenza H1N1: come vanno le cose in Brasile?


La pandemia di influenza H1N1, la cosiddetta influenza suina, sta colpendo pesantemente anche il Brasile. A tutt'oggi i decessi sono 129, concentrati in modo particolare negli stati di San Paolo, Paranà, Rio Grande do Sul e Rio de Janeiro (ovviamente, si tratta degli stati nei quali il clima invernale è più rigido, e quindi più probabile il propagarsi di un virus che colpisce le vie respiratorie), ma anche altrove.
Ovviamente i decessi sono più frequenti nelle categorie a rischio degli immunodepressi, dei diabetici, dei cardiopatici e poi dei bambini al di sotto dei due anni e degli anziani over 60. Ma fino a oggi, drammaticamente, il maggior numero di morti è stato riscontrato fra le gestanti.
Ebbene sì, la categoria più a rischio in questo momento in Brasile è proprio quella delle donne in dolce attesa.
Pur senza lasciarsi andare a troppo facili allarmismi, è bene ricordare agli amici che stanno per partire per il Brasile che comunque una pandemia non è da prendere sottogamba. Le precauzioni per evitare di contrarre il virus sono semplicissime, poiché non si propaga per via aerea: lavarsi le mani, lavarsi le mani, lavarsi le mani. Soprattutto dopo aver frequentato luoghi pubblici come mezzi di trasporto collettivi (ma anche taxi), bar, botecos, discoteche, ristoranti affollati, sale d'attesa ecc.
E' bene evitare di prendere sottogamba questa pandemia: se accusate dei sintomi come mal di testa, febbre, naso che cola, tosse, rivolgetevi immediatamente a una struttura sanitaria attrezzata perché vi siano somministrati gli antivirali del caso. So che molti di voi che state leggendo gradirebbero una quarantena forzata che li trattenesse in Brasile oltre il limite del biglietto ma, se proprio bisogna fermarsi, che sia per motivi più sani e divertenti di un'influenza che sta facendo il giro del mondo mietendo vittime fra le categorie più deboli della popolazione.
O no?

16 luglio 2009

Il mercato della fede


Ricevo dall'amico Antonio Vermigli della Rete Radié Resch, e volentieri pubblico, questa interessantissima riflessione di Frei Betto (l' autore della traduzione non è indicato) sulla difficoltà della Chiesa Cattolica di rispondere ai segni dei tempi, come invece era auspicato ai tempi del Concilio Vaticano II. Penso che si tratti di una riflessione utile anche a noi, malgrado la nostra situazione sociale, politica, culturale e religiosa sia molto diversa da quella del "giovane" e brillante Brasile. Sono quasi certa che, se la Chiesa Cattolica fosse quella auspicata da Frei Betto, forse anche la polemica fra laici e cattolici nel nostro paese non raggiungerebbe toni tanto aspri. Buona lettura.



Il mercato della fede
di Frei Betto*

Come i supermercati, anche le chiese si contendono la clientela. La differenza è che i primi offrono prodotti a basso costo, mentre le seconde promettono conforto della sofferenza, pace spirituale, prosperità e salvezza.
In questa competizione, per ora non c’è confronto. Vi sono, sì, pregiudizi espliciti nei confronti di altre tradizioni religiose, in particolar modo di quelle di radici africane, come il candombé e la macumba, e verso lo spiritismo.
Se non ce ne preoccupiamo adesso, questa demonizzazione di espressioni religiose diverse dalla nostra potrebbe sfociare, in futuro, in atteggiamenti fondamentalisti, come la “sindrome della crociata”, e la convinzione che, in nome di Dio, l’altro vada demoralizzato e distrutto.
Chi si sente maggiormente infastidita dalla nuova geografia della fede, è la Chiesa Cattolica. Chi è stata regina, non perde mai la maestà... Negli ultimi anni, il numero di cattolici in Brasile si è ridotto del 20% (IBGE, 2003). Oggi rappresentiamo il 73,8% della popolazione. E non c’è niente che lasci presagire un recupero in un futuro prossimo.
Pachiderma in una strada a scorrimento veloce, la chiesa cattolica non riesce a rinnovarsi. La struttura piramidale fa sì che tutto giri attorno alle figure di vescovi e preti. Il resto non sono altro che assistenti. Se si esclude il catechismo negli anni dell’infanzia, ai laici non è data alcuna formazione. Mettiamo a confronto il catechismo cattolico e la scuola domenicale delle Chiese protestanti storiche, e vedremo la differenza di qualità.
Bambini e giovani cattolici non hanno, in generale, quasi alcuna formazione biblica e teologica. Per questo non di rado gli adulti mantengono una concezione infantile della fede. I legami con Dio si stringono più per senso di colpa che per rapporto amoroso.
Prendiamo la struttura predominante nella Chiesa Cattolica: la parrocchia. Trovare un prete disponibile alle tre del pomeriggio è quasi un miracolo. Vi sono invece chiese evangeliche dove pastori e operai sono di turno tutta la notte. Non intendo vessare ulteriormente i preti. La questione è un’altra: perché la Chiesa Cattolica ha così pochi pastori? Il motivo è noto a tutti: contrariamente alle altre chiese, quella cattolica richiede ai propri pastori virtù eroiche, quali il celibato. Ed esclude le donne dall’accesso al sacerdozio. Tale clericalismo limita l’irradiazione evangelizzatrice.
La Bibbia stessa fa crollare la giustificazione che così deve continuare perché così dice il Vangelo. L’apostolo principale di Gesù, Pietro, era sposato (Marco 1, 29-31); e il primo apostolo fu una donna, la samaritana (Giovanni 4, 28-29).
Fin quando non si sarà messo un punto finale alla decostruzione del Concilio Vaticano II, realizzato per rinnovare la Chiesa Cattolica, i laici continueranno ad essere fedeli di seconda classe. Molti non hanno vocazione per il celibato, ma ce l’hanno per il sacerdozio, come avviene nelle Chiese anglicana e luterana.
Nonostante Roma insista per rafforzare il clericalismo ed il celibato (a dispetto dei frequenti scandali), chi conosce una parrocchia effervescente? Ne esistono, certo, ma purtroppo sono rare. I templi cattolici rimangono chiusi, di norma, dal lunedì al venerdì (e perché non sfruttare invece i locali per tenervi dei corsi o delle attività comunitarie?), le messe sono noiose, le prediche prive di qualsivoglia contenuto. Dove sono i corsi sulla bibbia, i gruppi di giovani, la formazione rivolta ai laici adulti, o l’esercizio della meditazione, le attività di volontariato?
In quale parrocchia di un quartiere benestante, i poveri si sentono a casa? Lo stesso non può dirsi delle chiese evangeliche, basta entrarvi, anche in una di un quartiere signorile, per toccare con mano quanta gente semplice vi si riunisca. Le Chiese evangeliche, tra l’altro, sanno anche rapportarsi con i mass media, anche con la TV aperta. Se ne può discutere il contenuto della programmazione ed i metodi con cui attrarre fedeli. Conoscono un linguaggio che arriva al popolo, ed è per questo che raggiungono alti livelli di ascolto.
La Chiesa Cattolica cerca di tenergli testa con le sue messe-show, i preti aerobici o cantanti, i movimenti spiritualisti importati dal contesto europeo. È la spettacolarizzazione del sacro, si parla ai sentimenti, all’emozione, e non alla ragione. È il seme caduto sul terreno roccioso (Matteo 13, 20-21).
Non voglio rischiare di essere duro nei confronti della mia stessa Chiesa. Non è vero che non abbia trovato nuovi cammini. Li ha trovate, ad esempio nelle Comunità Ecclesiali di Base, purtroppo non sufficientemente valorizzate da minacciare il clericalismo. E a proposito: le comunità ecclesiali di base terranno il loro dodicesimo incontro interecclesiale dal 21 al 25 luglio di quest’anno, a Porto Velho, nello stato di Roraima. Il tema sarà “Ecologia e Missione”; lo slogan “Dal ventre della Terra, il grido proveniente dall’Amazzonia”. Sono attesi oltre tremila rappresentanti provenienti da tutto il Brasile. Sarebbe bello vedere la partecipazione di papa Benedetto XVI a questo evento così profondamente pentecostale.

* Frei Betto (classe 1944, al secolo Carlos Alberto Libânio Christo), è un teologo domenicano. Ha scritto più di 50 libri con cui ha vinto prestigiosi premi letterari. Nel 1969, durante il periodo più repressivo della dittatura militare brasiliana, a causa del suo impegno a favore della libertà e della democrazia fu arrestato e torturato. Nei primi anni del governo Lula (2002-2004) è stato consulente personale del Presidente della Repubblica, con delega al programma di lotta alla fame e alla miseria "Fome Zero" (Fame Zero).

01 luglio 2009

E' l'inizio di una nuova storia

Fernando Antonio Saburido, classe 1947, benedettino, è il nuovo arcivescovo di Recife e Olinda.
Sostituisce José Cardoso Sobrinho, successore di Dom Helder Camara in quiescenza per raggiunti limiti di età.
Ho appena ricevuto la notizia da un amico di Recife che l'ha commentata proprio con la frase che dà il titolo a questo post. I benedettini in Brasile sono famosi per la loro apertura, il loro impegno sociale, la loro propensione all'ecumenismo. Speriamo che Dom Saburido confermi questa fama e restituisca alla chiesa di Recife e Olinda il vigore e la speranza degli anni gloriosi di Dom Helder.

29 giugno 2009

Notizie di 10 anni fa

Ripesco dalle mie "circolari" di quando ero in Brasile la lettera spedita esattamente 10 anni fa, contenente le ultime notizie di quei giorni. Come al solito, nessun editing: copincollo il testo così come sta. Con la consapevolezza che alcune cose - per esempio, il triste stato delle carceri brasiliane - in questi due lustri sono cambiate ben poco.
Buona lettura

ULTIME DAL BRASILE – 28/06/99

TORTURE E POLIZIA
Amnesty International ha pubblicato in questi giorni una relazione sullo stato delle carceri brasiliane; la pratica della tortura è ancora tragicamente presente e considerata “normale” in carcere e nei commissariati di polizia. Le torture più comuni sono l’affogamento (il torturato è collocato con la testa in un barile d’acqua), la scossa elettrica, il “pau di arara” (il torturato è appeso ad un palo sospeso per le mani e per i piedi), il “telefono” (percosse sulle orecchie con le mani a coppa, provocando sanguinamento e rottura dei timpani), percosse in genere. Una donna condannata per omicidio ha raccontato di essere stata costretta a firmare la confessione in seguito a percosse con una mazza da baseball recante la scritta “diritti umani”. Due anni fa un adoclescente di Recife, catturato per traffico di droga, è stato fatto sedere dentro ad un barile di acido, riportando gravi ustioni a glutei, cosce e genitali.
Mentre Amnesty denunciava, il presidente Fernando Henrique Cardoso nominava il nuovo direttore della Polizia Federale, João Batista Campelo; immediatamente lo scandalo: Campelo era torturatore durante la dittatura militare. Le testimonianze schiaccianti, fra cui quella di José Antonio Magalhães Monteiro, ex prete cattolico torturato da Campelo nel 1970 in un commissariato di S. Luís (Maranhão), non hanno impedito che l’uomo continuasse a dichiararsi innocente o “vittima” come S. Giovanni Battista (João Batista, appunto), e reclamasse il diritto di permanere in carica in virtù del fatto che era stato nominato dal presidente in persona. Naturalmente è stato sostituito dopo soli 3 giorni, compromettendo ancor di più l’immagine pubblica del presidente, la cui popolarità sta rapidamente scendendo a causa della situazione economica e sociale del paese.

OMICIDI DI MINORI
Sono usciti i dati sugli omicidi di minori nella Regione Metropolitana di Recife nel 1998: 319, quasi uno al giorno. Il 20% avevano fra gli 11 e i 15 anni, il 31% 16, il 44% 17 anni, e il 5% erano minori di 10 anni (questi ultimi sono vittime principalmente dei genitori).
La maggior parte erano piccoli delinquenti, “marginali” come si dice qui, uccisi da poliziotti in divisa o senza divisa (gli “squadroni della morte”); siamo ancora molto lontani dalla coscienza politica e sociale che, per risolvere il problema della marginalità, è necessario agire soprattutto sulle cause, con interventi correttivi e di prevenzione che abbiano come obiettivo il recupero di questi giovani cittadini. È molto più semplice fare propri commenti come quello (anonimo) apparso in un quotidiano di Rio de Janeiro alla fine di luglio del 93, alcuni giorni dopo la strage di Candelaria nella quale furono uccisi mentre dormivano 5 bambini di strada: “Risolvi il problema dei bambini di strada: ammazzane uno”. A proposito, lunedì 14 giugno scorso João Fernando Caldeira da Silva, detto “Bilinha”, di 17 anni, è stato ucciso con un colpo di pistola al petto d un incrocio, a soli 300 metri dalla chiesa della Candelaria. Sei anni fa, il 23 luglio 93, con soli 11 anni di età, Bilinha era stato uno dei pochi sopravvissuti alla strage.
Citiamo e facciamo nostro il commento di un educadore della Fondazione S. Martino, una ONG che lavora coi meninos de rua: “All’epoca della strage, uccidevano all’ingrosso. Attualmente li uccidono al dettaglio”.

INFLAZIONE
È innegabile che il “Plano Real” varato 5 anni fa ha avuto un effetto positivo sull’economia brasiliana, la discesa dell’inflazione. Se però si analizzano i vari indicatori economici del paese, si può constatare che questo vantaggio, che dovebbe favorire proncipalmente gli starti più poveri della popolazione, in realtà li sta danneggiando. La relativa stabilità della moneta e il basso indice di inflazione sono sostenuti economicamente dalla classe lavoratrice, che ha visto i posti di lavoro diminuire drasticamente, facendo tornare la disoccupazione ai valori di 30 anni fa.
E sono i nuovi impoveriti, specialmente nelle grandi città, che contribuiscono ad ingrossare le file dei “marginali”, dei detenuti in carceri invivibili, dei meninos e meninas de rua.

CONTRO-ESODO
Mai come in quest’ultimo semestre gli emigranti sono tornati a casa; dalla principale stazione di pulmann di S. Paulo, il Terminal Tietê, partono in media 3000 persone al giorno, con destinazione Nordest. Sono persone schiacciate dall’alto costo della vita, dalla disoccupazione (solo il 20% dei migranti trova un lavoro a S. Paulo), dalle difficoltà e dalla violenza della vita metropolitana; emigrare non è più un trampolino di lancio verso l’alto, ma una spinta verso il basso, visto che le condizioni di vita peggiorano. Così, dicono le testimonianze raccolte da un giornalista televisivo alla stazione degli autobus, “è meglio tornare a casa, dove si può aver fame con più dignità”.

TRADIZIONI NORDESTINE: S. JOÃO
Si stanno concludendo in questi giorni i festeggiamenti di San Giovanni che, con Sant’Antonio e San Pietro, rappresentano il cuore di una delle più significative tradizioni culturali nordestine, le “festas juninas”.
I festeggiamenti, presenti in tutto il Nordest anche se con alcune differenze fra uno stato e l’altro, trovano la loro espressione più autenticamente popolare in due città dell’interno degli stati di Pernambuco e Paraíba: Caruaru e Campina Grande. Le feste sono caratterizzate da due elementi fondamentali: il cibo a base di mais (milho verde) e il “forró”, danza tipica di questo periodo ma che un vero nordestino balla durante tutto l’anno.
Le città, i negozi, le strade sono addobbati con bandierine colorate, e soprattutto nelle piccole città dell’interno sono costruite capanne coperte di foglie, sotto le quali si danza la Quadriglia, di origine francese. Ma non si pensi alla quadriglia delle dame del 600: le coppie sono vestite alla campagnola, vestitoni a balze e fiori per le donne, camicie a scacchi e fazzoletto al collo per gli uomini, e poi vere e proprie coreografie con tutti i personaggi della tradizione contadina (gli sposi campagnoli, il prete ubriacone, la zingara, il brigante), il tutto rigorosamente a ritmo di forró, accompaganato da fisarmoniche e triangoli.
A differenza del Carnevale, che sta diventando sempre più un affare commerciale al servizio del turista straniero, le “festas juninas” sono una realtà autenticamente popolare e nordestina a cui noi stranieri possiamo partecipare con allegria ma che, dobbiamo riconoscerlo, appartiene a loro. L’unica cosa che dobbiamo augurarci è che questa tradizione non si appiattisca anch’essa piegandosi ai dettami del mercato e che i nordestini resistano e non lascino “colonizzare” da interessi esterni un elemento così prezioso della loro identità culturale.

09 giugno 2009

Servizio civile internazionale con Amici dei Popoli


Se hai tra i 18 e i 28 anni, se anche tu credi che un altro mondo sia possibile e vuoi impegnarti in prima persona contro la povertà e le sue cause, hai la possibilità di svolgere un anno di Sevizio Civile nella solidarietà internazionale.

Se il tuo desiderio è quello di svolgere il servizio civile all'estero hai la possibilità di farlo in seno al "Progetto Caschi Bianchi". Il Progetto, che riveste un forte valore pedagogico, prevede l'inserimento di giovani in Progetti di Cooperazione allo Sviluppo, per collaborare nelle attività tese al superamento di condizioni di ingiustizia,
generatrici delle diverse forme di conflitto.

"AMICI DEI POPOLI" propone di vivere 1 anno di formazione all'estero a fianco di partner locali in progetti di cooperazione allo sviluppo in America Latina e Africa.

Per l'anno 2009-2010 potrai proporre la tua candidatura, direttamente all'ong, entro la data stabilita dal Bando di Servizio Civile Volontario che uscirà a breve. Il bando annuale viene pubblicato sul sito http://www.serviziocivile.it

Progetti di servizio civile all'estero di Amici dei Popoli

RWANDA
Kigali - progetto – "Amizero" per l'infanzia - 1 Casco Bianco
Kigali - progetto – "Un lavoro per i giovani rwandesi" - 1 Casco Bianco
Kigali - progetto – "Il Sentiero della Pace"- 1 Casco Bianco

URUGUAY
MONTEVIDEO – progetto - "Club del Niño y Centro Juvenil"-2 Caschi Bianchi

Per ulteriori informazioni visitare il sito di Amici dei Popoli

Amici dei Popoli Ong
Via Bartolomeo Maria Dal Monte, 14
40139 Bologna
Tel. +39 051 460381
Fax +39 051 451928
http://www.amicideipopoli.org/

30 maggio 2009

Quando un blog ti porta a un talk show

Lunedì prossimo 1° di giugno, a mezzogiorno circa, parteciperò al talk show "Formato Famiglia" su Sat2000.
Uno degli autori della trasmissione, che quel giorno tratterà le malattie infettive, mi ha trovata grazie al blog: una ricerca su Google ed è saltato fuori il mio post del 18 aprile 2008.
"La disturbo perché nel nostro programma, un talk-show, che va in onda tutti i giorni, per il 1° giugno stiamo organizzando una puntata sulle malattie infettive tropicali.
Mi sono imbattuto nel Suo blog e mi ha colpito moltissimo il fatto che lei abbia contratto il (o la, mi scuso dell'ignoranza) dengue per ben tre volte.
Forse non mi rendo conto di quanto Lei abbia potuto soffrire, ma nel caso in cui avesse voglia, lunedì 1° giugno sarebbe disposta a venire a parlarne qui a nei nostri studi di Roma?"
Così, lunedì mattina prendo un treno e vado a Roma per la diretta.
Presenzialismo? Vanità? Faccia di bronzo? Voglia di fare un giretto a Roma? Bisogno di apparire vista la carenza di traduzioni negli ultimi mesi? Voglia di trasmettere la mia esperienza? Un mix di tutte queste cose, penso. Sono fatta così.
In ogni caso, se non avete altri impegni, potrete vedermi sul digitale terrestre, su Sky o su Alice Home TV, canale 801.
Formato Famiglia, Sat2000

10 maggio 2009

Piove, governo ladro (agosto 2000)


Non so se state seguendo le notizie che provengono da alcune regioni del Brasile e in particolare dallo Stato del Maranhão, dove le alluvioni stanno rendendo difficile la vita a moltissima gente.
Non è che le alluvioni nel Nordest siano poi tutta questa novità, anzi sono un problema ricorrente e a farne le spese più alte è sempre la povera gente.
L'ultima alluvione di cui sono stata testimone risale ai primi di agosto del 2000. In quell'occasione scrissi una delle mie famose "circolari" a cui diedi lo stesso titolo di questo post. La copincollo senza correggere né refusi né virgole, tale e quale a come la spedii allora. Non è che le cose siano poi cambiate così tanto, da allora ad oggi...


7/08/2000

Carissimi tutti,
la settimana scorsa, come forse avrete visto anche al telegiornale italiano, si è scatenato sul nordest del Brasile un violentissimo nubifragio. Le città più colpite sono state Recife, dove abito io, e Maceió, capitale dello stato di Alagoas, ma le piccole città dell'interno dei due stati hanno anch'esse sofferto danni incacolabili.
In città, la situazione più grave è quella delle favelas costruite sopra o sotto costoni di terra, che si sono trasformati in fango scivoloso facendo crollare numerose baracche (quelle costruite "sopra") e seppellendone altre (quelle costruite "sotto"). Il bilancio dei morti non è ancora stato confermato ufficialmente, ma si dice che siano circa 70 solo nello stato di Pernambuco (Recife), e altrettanti in Alagoas, mentre sarebbero circa 120.000 le famiglie rimaste senza tetto.
Se non l'avessi visto coi miei occhi non avrei creduto che una grande città potesse ridursi in questo stato, io sono fortunata perché abito in un posto abbastanza alto e anche nei due giorni in cui non ho potuto uscire di casa la mia vita è stata quasi normale, la strada per la panetteria era accessibile, e anche quella per il videonoleggio.... ma in alcune avenidas era impossibile transitare in automobile, perché le macchine si ritrovavano semplicemente a fluttuare nell'acqua... a malapena riuscivano a transitare gli autobus, ma il problema era salirci sopra senza ritrovarsi giù dal marciapiede con l'acqua fino a metà coscia.

Nell'interno, la situazione è stata anche peggiore. A Matriz de Camaragibe, dove ho abitato dal 91 al 95, solo la piazza della chiesa emergeva dall'acqua. Moltissime persone, che non sono riuscite a raggiungere la piazza, hanno passato la notte fra martedì e mercoledì arrampicate sui pali della luce o sedute sui tetti: acqua sopra e acqua sotto, un inferno d'acqua.
Ora l'alluvione è rientrata ma la città sembra un villaggio fantasma dopo un bombardamento, molte famiglie hanno perso tutto, il frigorifero, letti, materassi, armadio... una mia amica non è riuscita a salvare neanche le mutandine dei bambini.
Ora, se la situazione non peggiorerà di nuovo, bisognerà calcolare i danni. Il governo federale ha già stanziato aluni miliardi per i comuni colpiti dalla tragedia, e qui sta il problema. Quest'anno ci saranno le elezioni municipali, e per la prima volta i sindaci in carica si potranno ricandidare per essere rieletti. A Matriz, ad esempio, nonostante il governatore dello Stato sia di opposizione, deve necessariamente trasferire i fondi al muncipio, e cosa fa il sindaco? Favorisce quelli che sono dalla sua parte, usando i soldi dell'emergenza per rafforzare la sua campagna elettorale. I "suoi" poveri gli saranno immensamente grati per l'aiuto alimentare, la ricostruzione della casa, l'acquisto del materasso, ma i poveri "d'opposizione"....
Una famiglia non ha ricevuto la cesta d'emergenza con la seguente motivazione: "voi avete la faccia da 40" (40 - "quarenta" - è il numero del candidato del PSB, il partito d'opposizione, ma quarenta è anche il nome di una specie di polenta, cibo per miserabili, grottesco gioco di parole sulla pelle di chi non mangiava da tre giorni). Sempre lo stesso sindaco (ovviamente non lui in persona, ma i suoi scagnozzi) riunisce la gente sotto il palazzo municipale e fa il "lancio" delle gallette, scatenando la furia di chi ha fame, e lasciando i più deboli senza niente.

"Piove, governo ladro"..... ora lo capisco molto bene...

19 aprile 2009

Dal Brasile a Timor Est


Con questo post inauguro un nuovo argomento che esula un po' dal tema principale del blog. Ho conosciuto, tramite internet, un traduttore di origine americana sposato con una brasiliana e padre di 10 figli, che da qualche mese lavora a Timor Est. Il suo nome è Robert Finnegan.
Forse non tutti sanno che il portoghese è una delle lingue ufficiali dell'isoletta del Pacifico: questa fu una scelta realizzata nel 2002 dopo l'indipendenza dall'Indonesia, per sancire in modo chiaro e definitivo la propria differenziazione dagli idiomi parlati nella terra dell'ex-oppressore.
L'altra lingua ufficiale è il Tetum, il cui uso fu proibito durante la lunga dittatura indonesiana.
Robert collabora con l'ONU e ogni tanto racconta episodi interessanti (e divertenti) sulla cultura timorense, che ho pensato di condividere con voi - previa autorizzazione di Robert, ovviamente.
Ecco la traduzione di una mail che di una settimana fa:

Carissimi,
sono qui a Timor, a imparare il Tetum e la cultura di questo posto al tempo stesso paradisiaco e sofferente. Oggi ho imparato una cosa nuova...

Qui, il fatto di avere dieci figli non è considerato anomalo perché le famiglie hanno in media 7,8 bambini (il tasso di natalità più alto del mondo!).
Mentre chiacchieravo con un tizio di Viqueque praticando il mio Tetum, gli ho detto quanti figli avevo. Lì per lì non ha risposto, ma poi mi ha chiesto quanti erano i maschietti e quante le femminucce. Gli ho risposto otto maschi e due bambine. A quel punto ha cominciato ad agitarsi e, in modo concitato, mi ha detto: Oh, qui a Timor lei sarebbe povero, molto povero!
Gli ho chiesto "perchè?".
"Perché quando un figlio si sposa bisogna dare la dote alla famiglia della moglie, una decina di mucche, tre cavalli, un maiale, cose così. Ah, lei diventerebbe molto povero qui!
"
Anche i riti di lutto e "dislutto" sono molto complessi da queste parti. Il lutto dura un anno, ema poi per la fine del lutto si fa una grandissima festa.
Non ho capito bene, ma sembra che si debba dare alla famiglia del defunto mucche, maiali, galline, mais, riso ecc, a secondo di quanto valeva la vita di quella persona, di quanto quella persona aveva contribuito alla vita della comunità!
C'era una signora anziana che si prendeva cura della "uma-liluk" (casa sacra) che poi è morta, e nel villaggio la sua famiglia ha ricevuto decine e decine di animali, ma ha anche dovuto dare da mangiare a circa duecento persone per più di una settimana - credo che alla fine sia avanzata una gallina...
(Robert Finnegan, 14/04/2009)

Grazie, Robert!

06 marzo 2009

C'è Vescovo e vescovo...


Penso che Dom Helder Camara si stia rivoltando nella tomba alla notizia che il suo successore alla diocesi di Olinda e Recife, l'arcivescovo Dom José Cardoso Sobrinho, ha scomunicato i medici che hanno aiutato ad abortire una bambina di 10 anni incinta di due gemelli a causa degli abusi del patrigno. Ma c'è poco da sorprendersi, considerato il personaggio.
Nell'introduzione a "Roma, due del mattino" ho scritto qualcosa su di lui. Lo ricopio, per capire meglio il carattere strenuamente reazionario di costui.

Il 10 aprile 1985, colpito dalla regola che lui stesso aveva contribuito a creare e che prevedeva l’allontanamento dal servizio pastorale al raggiungimento dei 75 anni di età, Dom Helder Camara si ritira dal governo dell’arcidiocesi di Olinda e Recife e si trasferisce presso la minuscola e periferica Igreja das Fronteiras (Chiesa delle Frontiere), dove risiederà fino alla sua morte. Il suo successore e attuale arcivescovo di Olinda e Recife, Dom José Cardoso Sobrinho, non condividendo la sua linea pastorale e politica, nel giro di pochi anni provvede allo smantellamento di una discreta parte delle iniziative di formazione religiosa e di promozione sociale avviate dal predecessore, generando grande amarezza nella comunità dei fedeli e plateali gesti di protesta da parte del clero locale. Ricordiamo a questo proposito il Seminario Regionale del Nordest (Serene II) e l’Istituto di Teologia di Recife (ITER), entrambi chiusi nel 1989. Si trattava di istituzioni che promuovevano la formazione del clero e del laicato locale tramite lo studio accademico e il confronto con le realtà popolari delle periferie urbane, delle favelas, delle comunità rurali e delle CEB. Anche la Commissione Giustizia e Pace, fondata nel 1977, viene eliminata dall’organigramma arcidiocesano ma, grazie alla tenacia dei suoi integranti, sopravvive tuttora come ONG, benché svincolata dall’istituzione ecclesiastica.

Dom José è vicino al pensionamento, per fortuna. Non ha voluto avviare presso il Vaticano la pratica di canonizzazione di Dom Helder, il suo predecessore, malgrado le sollecitazioni ricevute da più parti. "Ci penserà chi verrà dopo di me", pare abbia risposto al prelato di Roma che lo interpellava in tal senso. Girano strane voci anche su certi usi non proprio trasparentissimi di fondi appartenenti all'arcidiocesi, quegli stessi fondi che Dom Helder investiva fino all'ultimo centesimo nelle opere in favore dei più poveri e degli emarginati.
C'è Vescovo e vescovo. C'è chi è capace di stare vicino alla gente ed empatizzare con i problemi reali e chi si attacca al rigore normativo teorico per difendere posizioni francamente indifendibili, o quanto meno inopportune. C'è chi sa riconoscere quando è il momento di tacere e chi non perde mai una buona occasione per stare zitto.